Ma il coccodrillo come fa?

CoccodrilloOgni tanto mi torna nelle orecchie questa canzoncina dello Zecchino d'Oro, che ci ricorda che non conosciamo il verso del coccodrillo e mi ritorna in mente ogni volta che sento piangere le altrettanto famose lacrime o quando sento qualcuno stupirsi di accadimenti che per chi guarda bene sono ovvia conseguenza di altrettanto ovvie cause.

Leggo su Repubblica dello stupore della caduta degli iscritti al PD (Bersani addirittura "attacca"…) e la canzoncina parte automaticamente nelle mie orecchie: ma come? Non ve n'eravate accorti che da anni siamo andati (mi ci metto anche io) altrove? Che non veniamo più in sezione perchè non ci sentiamo a nostro agio? Che vi stiamo dicendo in mille modi che un certo modo di fare politica non ci emoziona più?

Il cambiamento ha costretto al ripensamento del proprio modello d'azione settori economici importanti, dalla musica ai viaggi, dal turismo all'editoria, la scuola, le imprese, tutte sono scosse dal vento del cambiamento e dell'innovazione (e non da oggi) e perchè mai doveremmo stupirci se i partiti, che sono l'espressione della società che intendono rappresentare, sono oggi travolti dall'onda del cambiamento.

Chi non coglie per tempo i segnali di un mondo diverso e li minimizza o li svillana altezzosamente, poi ne viene travolto: è il caso di Blockbuster (ha ignorato il fenomeno del video in rete e ora è fallita) è il caso di Nokia, di Compaq, di Novell, di Polaroid solo per citare alcuni nomi.

Sono un convinto sotenitore della funzione sociale e costituzionale dei partiti, ne ho fatto parte, mi fumano le orecchie quando leggo e sento il qualunquismo che non distingue il fannullone ladro dall'impegno civile e dice che "sono tutti uguali".

Da anni faccio politica come mi hanno inseganto i vecchi compagni: cambiando il mondo intorno a me, guardando oltre gli ostacoli, fedele ai miei ideali e nella mia etica prima di tutto e senza abbassare lo sguardo di fronte al futuro.

Non so come dovrebbe essere un partito moderno, al passo con i tempi, se lo sapessi mi sarei iscritto al PD e mi sarei candidato a proporre un'alternativa, ma credo che questo sia un compito che spetti ai nostri figli o forse ai nostri nipoti.

Nel frattempo continuo a pensare marxianamente che creare le condizioni sociali per la "rivoluzione" sia la strada alternativa quando tutto il resto sembra non funzionare e guardo scuotendo il capo quelli che oggi piangono lacrime di coccodrillo di fronte a un partito che ha cambiato pelle, o meglio che secondo me quegli stessi che lo piangono, hanno lentamente scorticato.

Trent'anni fa abbiamo preso il posto di quelli che non ci volevano perchè portavamo un vento di nuova energia (erano gli anni di Berlinguer, delle giunte di sinistra, del compromesso storico e della lotta alle Brigate Rosse e il mio cuore è lì) erano quelli che, dicevamo, erano nostalgici di un tempo finito, dell'Internazionale Socialista, orfani di madre Russia, quelli che volevano vedere le bandiere rosse sventolare e pur di farlo avevano attaccato sotto di esse i ventilatori.

E le bandire rosse, come era giusto, hanno smesso di sventolare artificialmente e c'è stato un vento reale di cambiamento nella società, nella condizione delle donne, della scuola, della politica.

Poi il mondo ha continuato a cambiare ma pezzi della società non hanno tenuto il passo, seguire l'onda del cambiamento è diventato fonte di affanno, caipre i giovani più problematico, e quando dieci anni dopo è arrivata internet c'è chi ha detto… non ce la faccio a correre e ha cominciato a provare a frenare il cambiamento, non capendo che il treno non andava inseguito ma bisognava salire a bordo.

Oggi ecco il risultato: il mondo continua a cambiare e la distanza tra innovazione e comprensione dei fenomeni si allarga e si giunge al punto di rottura, del distacco forse incolmabile.

Faccio il tifo per Renzi non perchè mi piaccia ma perchè spero che riesca a costruire una passerella, insicura e traballante, tra il vecchio mondo e quello nuovo, poi starà a chi arriva dall'altra parte mettersi in gioco per farne un mondo civile e tollerante.

Si ma…. il coccodrillo come fa?

 

 

Cosa scriverei sulle pagine bianche

Unita3Per ovvi motivi non sono riuscito a comperarne il primo numero, ma oggi non me ne sono lasciato scappare l'ultimo e sono qui che guardo le pagine bianche de l'Unità che silenziosamente parlano della fine di un'epoca, almeno a me.

Era il giornale simbolo di un partito e di chi in quel partito si impegnava per sostenerne la proposta e allora avere in tasca l'Unità o Il Manifesto o Lotta Continua era una precisa dichiarazione di campo.

Con l'Unità ho capito che la satira, quando è intelligente, è un'arma potentissima e Fortebraccio con le sue lapidarie riflessioni o con un aggettivo o un avverbio al posto giusto lasciava il segno ogni volta (memorabile il "Tanassi con la fronte inutilmente spaziosa").

L'Unità e la sua diffusione casa per casa è stata la mia scuola di politica, quella vera, quando ogni domenica mattina dedicavo il mio tempo a portarla e quando possibile fermandomi a parlare con la gente e raccogliendo commenti sulla vita di ogni giorno.

Quante copie ogni domenica? Una trentina mi pare di ricordare, guidato da Luciano Avigo che mi ha insegnato la disciplina della continuità, il valore del lavoro capillare, dell'incontro uno a uno.

Avevo 21 anni e su queste pagine bianche scriverei di come sia grato a quell'esperienza per ciò che ho poi imparato e fatto a proposito di reti sociali e di meccanismi del cambiamento.

Scriverei di quante cose ho imparato e fatto nelle Feste de l'Unità (non sono mai riuscito a chiamare la festa in modo diverso) dal coraggio di cambiare quando sembra impossibile: spostare la Festa de l'Unità dalla viuzza dietro il circolino al Castello era follia eppure… quanti furono entusiasti di realizzare un progetto "impossibile", una cosa mai provata prima, una festa non solo di salamine, burattini e ballo liscio, ma un evento grande, pieno di sorprese, di cultura e di musica di qualità, che dicesse in pratica quale mondo avessimo in mente.

Scriverei di come la parola "unità" ha un grande senso per chi crede sia un grande vantaggio stare assieme più che dividersi, mantenere la propria autenticità nella relazione con chi è diverso.

Scriverei anche che rimpiango quella carica di valori etici che attrassero noi giovani e riuscirono ad esaltare l'entusiasmo dell'età con una meta possibile, valori "adulti", vissuti, intrisi di fiducia nella possibilità di un mondo diverso che non andava atteso ma costruito.

Scriverei delle molte delusioni, delle sconfitte, delle meschinità grandi e piccole perchè ho conosciuto anche quelle ma userei una matita perchè ben più leggere sono state rispetto alle tante lezioni di amicizia, di stima e di onestà che ho ricevuto e che restano scritte in inchiostro indelebile.

Terrò via questa copia de l'Unità con le sue pagine bianche per avere una scusa per raccontare a mia nipote un giorno cos'era e cosa è la bella politica, cos'è l'impegno per un ideale, e anche come l'incapacità di comprendere i cambiamenti porti alla perdita di quanto si pretendeva di difendere.

"Nonno, perchè questo giornale non ha scritto niente?"

"No cara, di cose ne ha scritte tante ma servono occhi speciali per leggerle."

 

 

 

A proposito di preferenze

Leggendo qui e lá mi sono fatto questa idea:
A) il tema delle preferenze e delle liste bloccate é un problema emotivo e di principio ma non reale: quante persone conoscevate REALMENTE nelle ultime liste del vostro partito e che avreste votato volentieri e per conoscenza diretta?
B) Il problema vero, é come si formano le liste, chi indica i candidati e in che ordine, ovvero la vita democratica interna dei partiti
C) la sinistra storica non ha mai avuto dubbi: decide il partito
D) Non sempre "la gente" sceglie i migliori, anzi nei consigli comunali dove vige la scelta e la conoscenza diretta, spesso si trova anche una percentuale altissima di perfetti cretini. Per non parlare del tasso di incompetenza
E) In un modello ideale, un partito che si candida a governare dovrebbe cercare di portare in parlamento, oltre che persone rappresentative dei vari interessi sociali, anche persone preparate nei diversi settori per garantire una migliore capacitá legislativa
F) Il problema delle preferenze é un problema di pochi o meglio per le minoranze dei singoli partiti infatti:
– per i grillini decide il web (e in caso di errore Grillo)
– per il PD decidono le primarie
– per SEL decide il partito
– per FI decide Mister B.
G) Volere le preferenze e non il finanziamento pubblico é una contraddizione di termini? Probabile: Se fossi candidato "libero" (e una brava persona non particolarmente ricca) come potrei trovare i soldi per farmi conoscere dagli elettori?
H) Quando Mister B. Non vuole le preferenze é comprensibile: visto che é lui che paga il conto, vuole essere certo di cosa ha comperato. Quando Alfano e Letta diventano paladini della libertá e dei cittadini io sento puzza di bruciato.
I) Le "liste civiche" (quelle vere) faticano a funzionare a livello territoriale, sono impensabili a livello nazionale. Quando esistono si chiamano "partiti" ovvero raggruppamenti di persone che esprimono gli interessi di una parte.
L) Chiamare "movimento" un partito é come chiamare "operatore ecologico" il netturbino
M) La madre di tutti i problemi é la scarsa partecipazione alla vita politica nel proprio territorio, nelle assemblee dei circoli, delle sezioni o come ciascuno le chiama. E' vero che costa fatica, continuitá, capacitá di mediazione, comprensione dei problemi ma il prezzo che si continua a pagare in termini di classe politica scadente é ben piú alto.

Quelle lezioni che non dimentico

Sono stato a votare alle primarie del PD, dopo molti dubbi ed esitazioni ma alla fine ho fatto una scelta convinta.

In sezione molte facce nuove, qualcuna inaspettata e quella atmosfera strata di chi, in un mondo caotico, continua a cercare una normalità.

Mentre aspettavo in coda pensavo a quelli che organizzano scuole in luoghi impossibili, a chi costruisce orchestre nelle montagne di spazzatura, a chi nel dopoguerra provava a ridare regole a un paese sconvolto.

Ho pensato alla voce di Mano Gagliardelli, il compagno del PCI forse tra i più anziani con cui mi capitava di chiacchierare, i suoi racconti di ostinata convinzione sulla fatica di difendere la democrazia, le sue regole anche quando sembrano non funzionare. Mi raccontava di manifesti attaccati e strappati dagli altri e ostinatamente ancora riattaccati: era costata troppo la libertà per lasciargliela vinta.

Ho pensato alle raccomandazioni di Gianpiero quando facevo il consigliere comunale: non mollare, bisogna resistere un minuto più di loro, culo di pietra.

Ho ripensato ai sogni, molti delusi, di fare le cose in modo diverso, alcune le avevo appena raccontate ieri parlando di innovazione.

Eppure… Eppure… Eppure c'è un senso di continuità, di qualcosa che si ostina a tornare in piedi quando sembra abbattuta, la voce silenziosa di chi non accetta di abbassare la testa di fronte a chi grida che non c'è niente che va bene.

Vedo gente normale che sta pacatamente in fila, uscendo vedo gente normale che piano piano arriva.

Avevo 21 anni quando imparato queste elezioni e ancora me le ricordo.

Inviato da iPhone

Cattocomunisti

Ho visto lo spezzone dello show di Brunetta e mi è subito venuto in mente il titolo di un vecchio numero di "Cuore", che commentava il governo Craxi "Hanno la faccia come il culo!".

Ma Brunetta non dovrebbe essere l'esponente di un partito liberale di destra per cui è il mercato che decide e se un'azienda decide di pagare un emolumento milionario non ne deve rendere conto a un politico ma agli azionisti?

Ma come fa serenamente a parlare di cifre elevate uno che vive a corte di chi dell'opulenza e del denaro ha fatto modello e ragion d'essere?

E poi come può, anche solo menzionare, il concetto di spreco chi ha buttato i nostri soldi nell' "affare" Alitalia? Un governante Giapponese, starebbe a testa bassa a chiedere pubblicamente scusa.

Caisco un comunista duro e puro che crede che gli stipendi vadano gestiti e definiti dal Partito, in quanto Garante del Bene Supremo, capisco un cattolico oltranzista che pensa che la ricchezza sia fonte di perdizione, per cui solo la chiesa la può accumulare per impedire che offuschi le menti…, e si sa, il ricco non va in paradiso come la corda di un cammello non passa per la cruna dell'ago.

Il peggio è che Mini-B sa benissimo che il populismo si nutre di attacchi a stipendi d'oro, corre negli stadi ad applaudire calciatori che sono strapagati ma i cui stipendi devono essere oggetto di pubblica disapprovazione, lo stesso populismo che osanna attori e pop star, che ne fa modello di vita e poi s'indigna per gli stipendi da favola che lui stesso alimenta con la sua presenza davanti al televisore, ai concerti, al cinema o allo stadio.

Ecco infatti puntuale anche Grillo, che, si sa, non conosce nulla del mondo dello spettacolo e, come Dario Fo e gli Area, ha sempre fatto solo "teatro militante" e gratuito, uno degli interpreti più grevi della spettacolarizzazione della politica populista, che si scaglia come vergine avvolta di candido manto contro l'esagerazione della RAI e per giunta di una fantomatica incestuosa relazione con Mediaset.

Poi ci si domanda perchè l'Italia non avrà mai una "Facebook", una "Google", un reale mercato del capitale di ventura: la ricchezza non piace, soprattutto a chi non l'ha o a chi ce l'ha e non vuole che altri se la conquistino, ma non piace per falsa morale, per invidia, per diffusa mediocrità.

Non si accetta il fallimento, che poi è il suo esatto contraltare, e si fa pagare alla collettività un'azienda malsana come Alitalia che segue i destini di capitali non di "ventura" ma di "avventurieri" che hanno già dissanguato aziende come Telecom Italia.

L'invidia non concepisce il merito, la mediocrità è l'opposto dell'eccellenza, la ricchezza è applaudita solo se è furba, cafona, ostentata, è sinonimo di furto e mai di lavoro, di impegno, di intelligenza.

In nome del liberismo si è uccisa la scuola pubblica, in nome dell'egualitarismo si è uccisa la quailtà dei servizi pubblici, in nome dell'umanesimo si alimenta l'oscurantismo tecnologico, in nome del progresso si massacra la natura, in nome del popolo la stregoneria viene elevata a scienza.

Non credo ci libereremo facilmente o in poco tempo di questi vincoli
culturali, vere e proprie zavorre a un nuovo modello di sviluppo ma proprio perchè è difficile e ci vorrà tempo, bisogna mettersi d'impegno e cominciare subito a costruire un mondo diverso, anche partendo da un teatro, da un passo di danza, da un orto coltivato con amore o da una suite di Bach.

 

Una Grilla sarebbe possibile?

Stamattina riflettevo andando a Roverbella sul contrasto tra costruzione e distruzione.

Avevo in mente gli articoli letti online sulla situazione politica, su quanto questo modo di fare e di pensare sia lontano dal mio modo di pensare e di fare: non sono un bacchettone ma l'insulto, la protervia, il vaffanculo, l'arroganza, l'ignoranza delle regole, mi vanno proprio di traverso.

Si può distruggere tutto? Facile! Non ci vuole un genio: basta un energumeno con una mazza per distruggere La Pietà di Michelangelo, quanto a rifarla, quello stesso energumeno, penso abbia qualche difficoltà.

Non ho mai sopportato l'autoritarismo e pur essendo un decisionista, abituato a prendere decisioni e ad assumere responsabilità quando serve, non mi sogno di imporre il mio modo di pensare a chicchessia e penso con tristezza a chi mandò nei campi i professori e gli intellettuali, uccidendo sia loro che i raccolti.

Forse per questo non mi piace chi urla e sbraita e chi ha bisogno del "capo" per sentirsi forte, ho guidato un'azienda ma quando ho fatto l'assessore sapevo la differenza, ho militato in passato in un partito per scelta e mi fa orrore pensare oggi di "iscrivermi in una srl".

Penso alla fatica che stiamo facendo con l'assessore Veronica Vicentini a dare una sede stabile alla Scuola di Musica di Roverbella, a quanto sia arduo far ragionare, spiegare, convincere, trovare soluzioni, compromessi sensati per giungere al risultato di un bene più grande.

Ho la sensazione che stia prevalendo nella politica un "machismo" di gesti e di idee che a me fanno sembrare del tutto simili i celodurismi di bossi, le figate di berlusca e i vaffanculo di grillo (il minuscolo non è un errore) è da virile petto villoso "che traccia il solco e lo difende con la spada", la voglia di spaccare tutto, di devastare il palazzo buttando le scartoffie dalle finestre.

Si sa, nelle rivoluzioni per "difendere i più deboli" alla fine sono i più deboli a rimetterci di più, le caste e i banchieri sono già altrove quando arriva Zapata e immagino le piaghe sulle mani di chi dopo i combattimenti deve ricostruire con fatica ancora maggiore perchè l'imbecillità ha distrutto anche gli attrezzi.

Furono le donne di Solferino e Castiglione a recuperare lo scempio della battaglia voluta da re e imperatori maschi, curando indistintamente "amici" e "nemici", incapaci di accettare lo scempio della vita umana, la distruzione, loro che la vita la portano in grembo e con dolore la generano.

Una Grilla sarebbe stata possibile?

Ho avuto grande stima per figure rivoluzionarie femminili o di donne che sanno lottare come pochi per giuste cause e non ho mai trovato che anche nei momenti estremi le vere leader, perdessero l'elemento "femminile" della creazione, del bene più grande. Il loro motore non è l'odio, è l'amore come racconta un bellissimo libro di Stella Pende di più di venticinque anni fa.

Ho conosciuto molte donne manager e quelle proprio insopportabili erano quelle che scimmiottavano gli uomini, evidenziando le nostre goffaggini e i nostri difetti: il pugno sul tavolo, l'urlo, l'insulto, la cecità di fronte all'evidenza pur di non perdere il potere, e anche fra le donne "il cretino", che ti fa male danneggiando se stesso, è sempre in agguato.

Quelle brave erano sempre femminili anche quando dirigevano organizzazioni complesse, se poi erano anche madri avevano quel" certo non so che" in più che mi facevano pensare che noi uomini non avevamo alcuna possibilità di competere con la loro capacità sensoriale ed emotiva così accentuata.

No, una Grilla non sarebbe stata possibile, non per quello che sto vedendo oggi.

Noi "bambini" ridiamo al rutto e alla scoreggia, loro no: al massimo con commiserazione sorridono alla nostra volgarità comprendendo noi e condannando il gesto.

Osservo gli accadimenti e penso alle donne che in tempo di guerra lavoravano mentre gli uomini erano al fronte, metafora perfetta del contrasto tra chi realizza e chi abbatte, penso alle difficoltà delle famiglie in questi momenti di ristrettezze economiche e vedo mia madre che rammenda calze e aggiusta toppe, la nonna di Marina o l'Elvira che reggevano la sorte delle famiglie contadine e che nella miseria non dimenticavano di guardare al futuro facendo studiare un figlio o mettendo da parte qualcosa "per domani".

Nei momenti difficili, se devono prendere in mano le sorti di una famiglia devastata dal marito puttaniere o dal cognato ubriacone, sanno essere drastiche ma assieme al pudore hanno il senso dell'onore, che non permette di "far brutta figura" che non infanga il "buon nome" di famiglia, sanno che è un valore da lasciare in dote.

Vedo messaggi in rete che mi fanno rabbrividire, ma non voglio dialogare con gli invasati: l'ho fatto quando era il tempo e l'età, adesso, come dice un caro amico fotografo "Guardo e faccio".

Spero sempre che sul'orlo dell'abisso arrivi un attimo di saggezza e impedisca la catastrofe, ma siccome la fede non mi basta, costruisco giardini di musica, così come anche nei momenti più bui e miseri in casa c'era sempre un pizzo, un vaso di fiori, una goccia di profumo, un angolo di bellezza a ricordarci la nostra umanità.

No, una Grilla non la credo possibile.

 

Tiepide riflessioni politiche

PiddiIl mio intervento di ieri a Verona su cultura e cambiamento è stato anche un'occasione per riflettere su questa campagna elettorale, sui temi che mi pare di cogliere, sulle tante suggestioni che ho raccolto. (si vede anche dallo sguardo fisso, ascolto Demetrio  e penso a cosa significhino il suo e mio intervento in quel contesto).

A fronte di discorsi densi di "buoni sentimenti", mi pare ancora forte il distacco tra chi opera realmente quotidianamente per far funzionare le cose, per organizzare un'impresa o una cooperativa e ho la sensazione che la politica in generale faccia fatica a parlare di progetti reali.

Per assurdo mi pare che la politica sia stata travolta da una collettiva "sindrome del piagnisteo" in cui si parla solo di ciò che non va in questo paese e si esalta il senso di catastrofe imminente che alimenta i radicalismi grillini per cui è meglio radere al suolo il parlamento, in perfetta assonanza ideologica e di linguaggio con leghisti e fascisti.

La penso come Franco Battiato che non  giusto parlare di "pericolo" Grillo quando ben più pericoloso è il mafioso ritorno di B che rischia di portarci al definitivo sfacelo, il grillismo è insopportabilmente ottuso (come lo era il leghismo dei primi giorni) animato da buoni motivi e che ha portato a guidare comuni e in parlamento qualche brava persona e un sacco di mezze tacche.

Non mi piace chi pensa alla politica come slogan in piazza, se ero a Verona a parlare, è perchè credo nel dialogo, se voto PD convinto non è per il male minore ma perchè non ho visto nessun altro movimento o partito, credere così fermamente nella democrazia, da giungere spesso all'autolesionismo.

Vedo i limiti, gli apparati duri ad andarsene, ma vedo anche la testardaggine del non rinunciare agli ideali di fondo di cercare di "tenere assieme" il sistema paese, di non puntare allo sfascio.

Ho l'impressione che con Renzi candidato oggi il PD avrebbe meno grattacapi ma è la forza della democrazia: è stata una scelta libera di chi ha votato e va rispettata e lo stesso Renzi sta dando una lezione di stile che altri dovrebbero prendere ad esempio.

Cambia3C'è una forte domanda di discontinuità, di nuovi modi di fare le cose, di nuovi linguaggi, di aria nuova.

Mi pare significativo lo slogan di Ambrosoli se penso alla campagna che realizzammo per l'elezione del sindaco a Desenzano, la medesima forte promessa: il cambiamento.

In fondo vincere le elezioni è facile: basta avere un candidato onesto e credibile e impegnarsi a rispondere al bisogno profondo che si coglie negli animi di una collettività.

E' ovvio che se la promessa non verrà mantenuta davvero, con fatti concreti, la gente reagirà con veemenza e il conto da pagare sarà molto salato.

Ma è anche vero che se non si raccoglie la sfida del cambiamento, se non se ne comprende il potenziale di innovazione, poi non ci si deve sorprendere se un outsider arriva a superare il 20% dei voti.

So bene che un sindaco deve fare i conti con risorse limitate, che chi governa una regione tenere a bada pressioni e spinte, che un politico alla guida di un paese deve saper tessere alleanze e trovare compromessi accettabili pur di far progredire una legge, ma non mi pare una scusa sufficiente: c'è un'impellenza di segni di coraggio, di fiducia in un mondo diverso e possibile, di trasparenza di animi e non solo di procedimenti, di sguardi che progettano a lungo termine mentre risolvono l'emergenza dell'oggi.

Ho ascoltato storie di associazioni che leggono libri agli altri perchè l'ignoranza non prevalga, ho ascoltato il racconto di una gallerista che sopravvive in una città che ha chiuso il museo di arte moderna, ho raccontato la nostra avventura che accende il futuro con la musica, ho ascoltato il discorso appassionato di Simona Marchini che non si pente di aver sempre lottato, e pagato, per non vendere l'anima di ciò in cui si crede.

C'è molta gente che non smette di piantare semi per domani.

Buon Compleanno Antonio! Gli Indifferenti.

250px-GramsciAntonio Gramsci era nato il 22 gennaio 1891 e quindi oggi sarebbe il suo compleanno.

Stamattina Marina mi ha letto questo brano che è davvero attualissimo anche se scritto nel febbraio del 1917.

INDIFFERENTI

Odio gli indifferenti.

Credo come Federico Hebbel che "vivere vuol dire essere
partigiani. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla
città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e
parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è
vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L'indifferenza
è il peso morto della storia. E' la palla di piombo per il novatore,
è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più
splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la
difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri,
perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li
decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica.

L'indifferenza
opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E' la fatalità;
e ciò su cui non si può contare; è ciò che
sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è
la materia bruta che si ribella all'intelligenza e la strozza.

Ciò
che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un
atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto
dovuto all'iniziativa dei pochi che operano, quanto all'indifferenza, all'assenteismo
dei molti.

Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni
vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica
alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi
solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi
solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini
che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità
che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza
illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo.

Dei fatti maturano
nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la
tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne
preoccupa. I destini di un'epoca sono manipolati a seconda delle visioni
ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali
di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché
non se ne preoccupa.

Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare;
ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia
la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non
sia che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto, del quale
rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva
e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo
si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro
che egli non ha voluto, che egli non è responsabile.

Alcuni piagnucolano
pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano:
se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere
la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che
è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza,
del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività
a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano,
di procurare quel tal bene si proponevano.

I più
di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti
ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze.
Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità.
E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta
non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più
urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono
tuttavia altrettanto urgenti.

Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente
infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato
da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale,
non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti
attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun
genere.

Odio gli indifferenti
anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni
innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito
che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che
ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter
essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover
spartire con loro le mie lacrime.

Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze
virili della mia parte già pulsare l'attività della città
futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non
pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso,
alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini.

Non
c'è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi
si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra,
in agguato, voglia usufruire del poco bene che l'attività di pochi
procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato
perché non è riuscito nel suo intento.

Vivo, sono
partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

Che bella storia! La Programma 101

Schermata 2013-01-19 a 22.10.48Grazie a Luca ho conosciuto questo filmato che racconta una bella storia: quella dell'invenzione, tutta italiana, del primo personal computer della storia, La Programma 101 della Olivetti.

Narrato dalla voce di due dei progettisti originari, è un racconto che la dice lunga sull'inventiva, il coraggio, la forza delle idee, ma anche sulla stupidità e la cecità di chi allora non capì che dietro alla tecnologia dell'informazione c'era una possibilità straordinaria.

Guardate il filmato, dura 52 minuti, c'è anche un piccolo accenno alla visione di Adriano Olivetti, alla avida cecità di Mediobanca di allora simile a molte banche di oggi, e pensate al presente: ci sono quei visionari? Certamente, Ci sono ragazzi di 19 anni in grado di pensare in modo diverso da tutti gli altri? Ma sicuramente sì! E ci sono anche imprenditori che ne sostengono gli sforzi e che scommettono su di loro.

Ma sappiate anche che tra i candidati alle prossime elezioni ci sono persone che non hanno ancora capito e che vorrebbero governare come se la storia non avesse insegnato nulla.

Buona visione.

Insopportabilità

Non sopporto i magistrati in politica.

Con Di PIetro ne abbiamo avuto la prova e ora con Ingroia credo sia
anche peggio: hanno un senso di potere assoluto, di giudicare il bene e
il male che li rende pericolosi quanto i genereali golpisti.

Non sopporto il qualunquismo in politica.
Non c'è differenza tra Grillo che dice "basta, euro, basta, sindacati,
noi ci siamo ridotti lo stipendio" e "fora i teroni dal nord", "Roma
Ladrona", "aboliamo l'IMU", "basta tasse!"

Non sopporto i Radicali che danno lezioni e poi.
Finiscono come Capezzone a strisciare come i peggiori leccaculo, finiscono con i fascisti per quattro voti, diventano dei babbioni come Rutelli.

Non sopporto quelli che si incazzano con Monti.
Ma non hanno mai pagato una lira di tasse perchè hanno sempre lavorato in nero.