I BAMBINI CAPISCONO

Schermata 2016-10-30 alle 11.20.24Dopo lo spettacolo de La Bulla di Sapone qualcuno mi ha fatto notare che era un'opera più per adulti che per bambini: i giochi di parole (il maestro "Severo" che abbandona il "se" e diventa "vero"), la visione cosmica mahleriana della vibrazione, i riferimenti classici al concetto di "per-fectum" (vedi: https://it.wikipedia.org/wiki/Perfezione) sono tutti elementi che richiedono un livello maturo di comprensione.

Ma non è questo il punto: i bambini capiscono Caravaggio? Certamente non come un aduto, ma un lavoro "ben fatto" offre a ciascuno il proprio livello di comprensione di cui è capace, a ciascuno invia il grado di profondità che è pronto a ricevere e non si stancherà mai di rivedere quell'opera che ogni volta avrà qualcosa di nuovo da dirgli.

Il compito assegnatoci dal maestro Mauro Montalbetti era proprio quello di creare un'opera che fosse comprensibile musicalmente e concettualmente sia a un pubblico adulto che di bambini che era il target principale, cosa che contraddistingue opere analoghe come il Brimborium o il Pollicino di Henze, con la difficoltà non banale di creare un opera unitaria ma scritta da quattro compositori diversi.

Nella lunga fase di preparazione abbiamo dialogato continuamente sul senso di ogni frase, di quale fosse il messaggio che intendevamo mandare, di come la musica dovesse esprimerlo, di come i diversi passaggi tra momenti delicati e dinamici, dovessero creare un crescendo verso il momento di massima tensione dell'incidente per poi svilupparsi verso la "catarsi" del finale.

Per sciogliere ogni dubbio sulla capacità di comprensione dei bambini basta pensare un momento al fatto che a recitarla erano proprio loro, un'opera scritta da adulti ma recitata da bambini: chi ha assistito allo spettacolo ha visto la qualità degli interpreti e il loro coinvolgimento, impossibile se non di fronte a una comprensione emotiva di ciò che erano chiamati a narrare.

Se poi penso al fatto che quattro dei sette interpreti erano entrati nel nuovo cast solo due mesi prima e che uno dei protagonisti ha 8 anni… non ho dubbi, i bambini capiscono.

Schermata 2016-10-30 alle 11.19.44Mi ha colpito una frase di Emma, la protagonista nel ruolo della Bulla, che quando le ho chiesto se fosse contenta e lei mi ha risposto che era molto bello, nel pomeriggio, vedere così tanta gente, ma che si era divertita di più negli spettacoli del mattino per le scuole: "Lo abbiamo fatto per loro ed è a loro che è più giusto raccontarlo".

Certamente Emma è una ragazzina di una maturità sorprendente per la sua età ma la sua risposta mi ronza ancora nella testa: non solo aveva capito ma aveva colto il "senso" di ciò che abbiamo messo in scena.

Quando crediamo che un concetto non sia comprensibile, non è che siamo noi a non saperlo esprimere? Non è che siamo noi che non siamo capaci di metterci nella giusta dimensione di fiducia nelle capacità di chi ci ascolta?

Bambini o adulti non fa differenza in fondo, tutto dipende dalla nostra capacità di metterci realmente dall'altra parte del palcoscenico: se crediamo di avere qualcosa di importante da dire, non per autocompiacimento o per segnare una distanza (io ho capito e tu no) ma per desiderare realmente che chi ci ascolta riceva il messaggio fidandoci profondamente della sua capacità di capire, allora "tutto si compie", tutto accade nel modo giusto e raggiunge il suo scopo. E' "perfetto".

Quando più di duemila anni fa i grandi tragici greci affrontavano temi filosofici complessi come, il rapporto tra umano e divino, il rispetto della legge, il rapporto tra genitori e figli, non credo proprio che pensassero: chissà se il pubblico capirà? Sapevano che la meticolosa scelta delle parole, la forza delle metafore, la potenza del teatro avrebbero assolto il compito di far arrivare il messaggio ma soprattutto fidavano nell'intelligenza dei loro concittadini.

Schermata 2016-10-30 alle 11.11.36"I miei nipotini (3 e 5 anni) che hanno assistito allo spettacolo, nella scena culminante dell'incidente, sono rimasti molto colpiti e hanno subito commentato: non si fa così, non si fa del male!" Hanno capito subito il senso di scelta tra "il bene" e "il male", tra ciò che è giusto e ciò che non lo è, che La Bulla di Sapone esprime.

Tra l'altro, con grande sensibilità di educatore, Alessandro il regista è intervenuto alla fine della seconda rappresentazione (c'era state piccole inptemperanze del pubblico di ragzzi delle scuole medie) per invitare a scegliere appunto "da che parte stare"

Marina mi diceva che sarebbe stato bello, dopo lo spettacolo, fare una sorta di "teatro-forum" per commentare e sottolineare alcuni aspetti più profondi del lavoro sia nei contenuti che nella componente artistica e musicale.

Schermata 2016-10-30 alle 11.18.13Non so. Confido che la bellezza delle scene e della musica comunque diano a ciascuno ciò che diventa importante per lui, piuttosto che cercare una spiegazione universale di un possibile valore.

Se un esperto mi aiuta a leggere un quadro di Caravaggio o un grande direttore d'orchestra come Benjamin Zander mi aiuta a capire la grandiosità di Mahler, di certo il mio livello di comprensione cresce e riesco ad andare più in profondo, ma quello che conta, in fondo, è quello che quell'opra ha detto a me.

Il compito dell'arte e della musica, come mi ha insegnato Carlo Boccadoro, non è di dare risposte, ma piuttosto di suscitare domande.

Emma, i miei nipoti, l'amico che mi ha fatto la cosiderazione da cui sono partito, si sono fatti domande e ciscuno si è dato una risposta, valida in quanto personale, vuol dire che La Bulla di Sapone ha assolto al suo compito.

Io mi emoziono ogni volta che rivedo lo spettacolo e, pur avendone scritto il testo e alcune musiche, non finisce di stupirmi e anche ora che mi accingo a rivedere le slides delle prossime conferenze mi accordo che mi sta insegnando qualcosa, mi sta ponendo domande.

 

 

 

 

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Appartenenza

CimiteroIeri sono stato al cimitero di Sesto per la commemorazione, in realtà per affermare la mia partecipazione alla comunità: ci sono tutte le famiglie del paese, ciascuna vicino alla tomba dei propri cari.

Io ho solo amici di mio padre e la signora che aiutava mia madre e mi teneva in braccio da piccolo ma poco importa, il legame con questo posto è profondo ed essere qui è un gesto doveroso.

Quell’attimo prima di…

Schermata 2014-09-29 alle 00.18.43C'è un momento magico prima dell'inizio di un concerto: quando il direttore alza le braccia e si crea il silenzio tanto per il pubblico quanto per l'orchestra.

E' il momento del distacco dal "prima" per dare inizio al "dopo", è il silenzio necessario perchè la musica abbia inizio.

Molte massime orientali fanno riferimento alla necessità del "vuoto" per poter affrontare nuove attività, nuovi saperi, nuovi ascolti: "non puoi riempire un bicchiere d'acqua pieno".

E' quell'attimo prima di.. che trovo sempre pieno di grande intensità.

Sesto4Domani conto di iniziare una nuova piccola rivoluzione e sono venuto su questi sentieri a cercare la pace e il silenzio fuori e dentro, la calma e la serenità, la lucidità necessaria.

In questo orizzonte c'è un misto di sereno e imponente, fatto di prati e rocce e lo sguardo non trova incagli passando da un'immagine all'altra senza fermarsi.

Pian piano l'armonia dell'insieme si fa largo e la luminosità della giornata, il profumo di corteccia e di sottobosco, diluiscono i pensieri fino a farli scomparire.

Dagli alberi e dalle rocce sento l' energia vitale, quella vibrazione che mi mette in sincrono con il mondo attorno, che mi fa sentire che tutto, me compreso, le cose che faccio, ha un senso.

Tutto è in armonioso equilibrio.

C'è quell'attimo di…

Ma quanto dura l'attimo?

Il tempo cosmico non si misura con gli orologi, un secondo e un giorno hanno la stessa durata: trascurabile di fronte alla maestosità delle Dolomiti.

Domani, un gesto e inizia una nuova musica.

 

Orfani

Oggi ero al funerale della mamma di un caro amico e tutta la sua tristezza mi è entrata nel cuore.

Sono passati due anni da quando ho perso la mia e quella cicatrice, che ormai pensavo chiusa, è invece ancora aperta e ho capito che non si rimarginerà mai: continuerò a sentirne la mancanza a pensare a cosa avrebbe detto in questa o quella occasione a come, in fondo, abbia avuto tanto dalla vita.

Quando, al voltarti indietro, non trovi più chi ti guarda le spalle, provi un profondo senso di solitudine, ti senti piccolo piccolo, la cerchi con lo sguardo in attesa di una conferma, un incoraggiamento che dica "ora tocca a te".

Quella conferma non può più arrivare, almeno non da fuori, non da una voce, non da una carezza, non da una minestra sempre pronta, te la devi trovare dentro ( e c'è, perchè lei l'ha ben piantata da qualche parte) e capire che ora sei tu a indicare la strada, sei tu "la responsabilità", tu che dovrai raccontare il mondo ai piccoli che corrono davanti a te.

Non riesco ad andare a letto senza fissare questi pensieri, che non mi alleviano la tristezza ma me la rendono tollerabile.

Mi aveva molto colpito sentire mio padre chiamare "mamma" in uno dei momenti di crisi della sua malattia prima di morire, non credevo possibile che dopo più di cinquant'anni dalla perdita lui ancora la chiamasse, ne sentisse l'assenza e il bisogno.

Ora capisco: siamo orfani per sempre.

Pensiero io e pensiero noi

LotoMi accusano spesso di essere "grande nella testa" e non hanno tutti i torti.

Quando penso a un qualche progetto, la mia mente parte e immagina le possibilità, i persorsi, le implicazioni, cosa può diventare dopo 5 o 10 anni e quali opportunità apre, ma soprattutto mi scatta la molla del… perchè no? Perchè non farlo? Proviamo!

E' come se nella mia testa sbocciassero, uno dietro l'altro, decine di fiori di loto, uno dopo l'altro, come in un cartone animato che rapidamente riempie la palude e la fa diventare un prato fiorito.

Il mio amico e maestro Stefan diceva: "Tutti guardano in su e vedono il cielo, alcuni riconoscono le stelle, pochi distinguono le costellazioni e solo qualcuno vede l'universo."

Mamma1Il Primo Ingrediente

Mi sono domandato spesso da cosa dipenda questa mia attitudine e credo ci siano molte concause: genitori che mi hanno amato, l'amore è il primo ingrediente della crescita, mia mamma che mi ha sempre lasciato "trafficare" con costruzioni e bizzarrie: ero uno dei bambini privilegiati che avevano il Meccano.

Avendo fratelli più grandi che studiavano, li asoltavo rapito e sperimentavo le loro conoscenze, portavo a casa ramarri, per l'orrore di mia mamma che se ne trovò 30 in giro per casa, catturavo maggiolini e insetti, li uccidevo con l'etere e poi li coprivo di rame con una vasca da elettrolisi che mi ero costruito.

MeccanoIl secondo Ingrediente

Leggevo avidamente il Corriere dei Piccoli e il secondo grande ingrediente credo sia la curiosità mista a fantasia: tutto mi incuriosiva, tutto mi sembrava degno di attenzione, di scoperta di sperimentazione e a pensarci ore a più di cinquant'anni mi domando con quale coraggio mi lasciassero fare.

In farmacia comperavo l'etere, l'acido solforico e quello cloridrico per l'elettrolisi (oggi quei farmacisti andrebbero in galera dritti per aver venduto sostanze pericolose a un bambino di sette anni) e in cantina avevo uno spazio mio, tutto mio, per i miei giochi e i miei esperimenti.

Avevo anche una "tana" sotto un tavolo chiuso con una tenda in cui immaginavo avventure e custodivo i miei tesori: rocchetti di legno usati, una cassettiera tutta a scomparti avuta da una merciaia che sostituì quella di legno con una in metallo e me la diede (ho un amore particolare per i cassettini a cento scomparti) e poi fantasticavo per ore.

TagliapietraIl terzo ingrediente

E poi c'era la musica.

Già a Vigo di Fassa avevamo il grammofono in un magnifico mobile di legno con incastonata anche una vecchia radio, grammofono sostituito poi da un giradischi Lesa color caffelatte.

Mio papà da bravo veronese amava l'opera e ci portava di tanto in tanto all'Arena, dove mi addormentavo immancabilmente ma le vibrazioni arrivavano comunque. E poi strimpellava la chitarra che lo aveva salvato dal campo di concentramento e attorno a quello strumento sono nate tutte le nostre storie di musicisti: prima i due miei fratelli e poi io.

Quella chitarra è quella che portai a Londra nel mio primo viaggio da solo modificandone la "spalla" sinistra e creandoci uno sportello in cui tenere le cose che non volevo perdere…

Avere una band in casa e un padre che assecondò tutte le "follie" di mio fratello che voleva solo strumenti di prim'ordine è stato un imprinting decisivo e un esempio concreto: grande impegno, cura dei dettagli (la band aveva, manifesti, blocco dei contratti con carta intestata, prove meticolose tutte le settimane, furgone con grande scritta laterale, repertorio deciso a priori e massima disciplina sul palco) e prima come accompagnatore e addetto alla trascrizione dei testi, è "a orecchio" che ho imparato l'inglese, e poi come bassista, la musica è stata maestra di vita.

E' passata in secodo piano quando lo studio, la politica e la voglia di mettermi in gioco hanno preso il sopravvento ma è sempre rimasta lì, con una chitarra sempre pronta.

E quando alla conclusione di un ciclo professionale di grandi soddisfazioni, ho potuto di nuovo scegliere, la musica è tornata ad essere una delle priorità della mia vita: come dice Marina, tu appena sveglio senti della musica. Vero.

TomIl Quarto Ingrediente

Uno zio gesuita è una risorsa non da poco, specialmente se è come era mio zio Gigi: prete per esigenze di fame familiare, brillante, generoso, caciarone, mitiche le sue barzellette, amante dei viaggi e delle chiacchiere filosofiche.

Non si poteva mai banalizzare una discussione con lui, ti insegnava ad affinare il ragionamento a valutare le ipotesi, a sintetizzare, ad astrarre a tenere in piedi castelli complessi con la sola capacità della logica.

E in casa portava libri, conoscenza, piacere per il sapere: e quello fu certamente il quarto ingrediente.

Passò due estati a tradurre la Summa Teologica di San Tommaso D'Acquino per conto di un editore e dato che frequentava la "Milano bene" dei Leone XIII e dei Conti Melzi aveva anche una grande predisposizione al "marketing" personale, che gli ammiravo ,con quell'eleganza da nobile decaduto ma furbacchione che mi ricorda tanto "Il Conte" di Alan Ford.

Mi fece amare la scrittura che fin dalle elementari è stata una mia grande risorsa e sia lui che mio padre avevano una calligrafia magnifica, figlia dei tempi in cui scrivere e poter studiare era un privilegio che andava trattato con rispetto.

Mio padre, maresciallo dei carabinieri, aveva tesori di cancelleria, matite rosse e blu, la carta speciale per le comunicazioni con la Nato, gil schedari, i libroni dei registri… : ancora oggi una cartoleria mi affascina quanto una ferramenta!

Con qualche parentesi distratta dalle esplosioni ormonali dell'adolescenza, ho sempre studiato con grande passione, di tutto, il sapere per il gusto di sapere, per il piacere della conoscenza. Non ho mai smesso di imparare.

Ero uno dei pochi "strambi" che frequentavano Scienze Politiche a Bologna negli anni del 18 politico e avevo tutti 30 sul libretto, assistevo alle lezioni di diritto Costituzionale e facevo ricerche comparate sulle costituzioni Statunitense e Jugoslava (30 e lode) e grandi dibattiti con Salvatore Sechi docente di Storia Contemporanea sul Cile, il ruolo della sinistra rivoluzionaria (30 e lode) che finivano a casa sua con gli altri quattro appassionati di discussione, a fare pastasciutta e riflessioni sul ruolo del sindacato nel favorire la controrivoluzione.

A sette esami dalla fine piantai lì tutto: non mi bastava sapere, volevo fare.

La sola cosa che poi Zio Gigi non mandò giù era che diventai comunista, peccato che l'ictus non ci ha permesso di parlarne, da bravo filosofo avrebbe reso il dialogo molto interessante.

CrodaToni1Il Quinto Ingrediente

Amore, curiosità e fantasia, musica, cultura, mescolati in parti uguali perchè non si possono dosare e ogni esagerazione ora dell'uno, ora dell'altro, è assolutamente necessaria per capire come mai il pensiero grande è il mio Ippogrifo.

Ma il vero ingrediente magico, quello che catalizza gli altri quattro credo sia qui, a Sesto ed è nella bellezza e nella maestosità delle montagne, nella pace dei prati, nella magia dei boschi di larice.

Guardavo ieri la Croda dei Toni, la mia montagna "simbolo" di Sesto, la sua eleganza e la sua bellezza cubista così forte quando la si osserva dopo la fatica della salita al rifugio Comici.

Trecarperi1Guardo dal balcone i Tre Scarperi e la Croda Rossa e ogni mattina faccio il pieno di grandiosità, quelle montagne mi dicono che si può resistere alle frane e alle intemperie e che loro sono più durature delle nuvole e dei lampi. Più silenziose del tuono e del vento raccontano di rimbalzo le storie di caccia di mio padre da queste parti la sua leadership semplice senza violenza, di mia madre che mi ha confessato quanto lei fosse felice quassù.

Troppo grandi per appartenere a uno soltanto, sono l'esempio della condivisione della bellezza e della necessità di volersi bene in montagna perchè chi pensa di fare da solo rischia la vita e spesso la perde.

Sono state contese a fucilate e non hanno ceduto più di 250 metri ora agli uni e ora agli altri per dire che i confini non esistono, ti entrano negli occhi e nel cuore per farti capire che è possibile fare qualcosa di grande restando piccoli, che "grande" e "piccolo" sono categorie senza senso perchè loro fanno parte dei miliardi di universi rispetto ai quali sono granelli di polvere errante nei millenni.

Queste montagne mi hanno stregato, è colpa loro se il mio pensiero si apre ai loro spazi quando affronto un tema, è colpa loro se sono più a mio agio in orizzonti temporali più lunghi dell'istante sono loro che mi ricordano il legame di tutto con tutto che mi spinge a vedere il nesso, il senso della vita.

GigiCelloIo e noi

Chi mi detesta perchè penso "grande", mi trova arrogante, egoista, saccente e pensa che lo faccia per potere e per vanagloria, forse proiettando su di me la reale loro meschinità perchè è esattamente il contrario.

Quei cinque ingredienti non ammettono il pensiero "io", obbligano al "noi": l'amore implica l'altro, come la musica che esce da noi per andare al mondo, la fantasia ci lascia per vagare in spazi più grandi che nessun singolo può contenere e il sapere è ciò che ci rende consapevoli di noi rispetto altri e correggerei Cartesio in "Cogito ergo sumus".

La leaderhip implica la guida PER gli altri ed è un dono pesante per chi lo riceve in sorte: solo chi non lo è pensa che il leader usi gli altri al proprio scopo mentre usa sé stesso per un fine altrui che ha fatto proprio.

C'è "pensiero noi" quando mia madre condivideva la polenta appena fatta con le vicine di casa tanto quanto ce n'è in Alberto che invece di fare lezioni di piano per campare ha voluto fare una scuola perchè quante più persone possibili vengano messe in grado di amare la musica.

C'è "pensiero noi" quando metto fiori al balcone mentre il "pensiero io" li chiuderebbe in casa, così come c'è nell'avere amici a cena.

E' stato un "Pensiero noi" la spinta decisiva ad avviare il progetto ONDE: potevo tenere per me, solo per me, ciò che sapevo?  E ci fu, eccome se ci fu, chi me lo propose, chi voleva fare "l'affare", chi, dopo la visita mattutina in chiesa, non voleva una rete pubblica, gratuita e aperta.

L'impegno nella Scuola di Musica, il Master, la Cooperativa degli artisti, il progetto dell'orchestra internaizonale e quello della musica per tutti i bambini delle elementari, sono tutte conseguenza del "pensiero noi": è anche colpa sua se il mio studio del violoncello è così lento e faticoso, quando mi sembra di aver fatto pochi progressi, penso a quante, tante, altre cose ho fatto nel frattempo, sacrificando loro buona parte del mio "tempo io".

Ma c'è un tempo "io"? Non ho più la risposta e il violoncello me ne fa comprendere l'insensateza insita nella domanda. Il mio tempo è un tutt'uno con quello del mondo in cui vivo e vibro con esso.

E' religioso il "pensiero noi" anche in chi non crede in quel certo dio o nella sua liturgia ma sente che tutto ciò che esiste non lo è per un individuo solo,  è stata "noi" la lezione del prof. Zanella che si è battuto perchè la tecnologia portase sviluppo sociale in Sardegna e sono "noi" le ricette antiche che Marina riproduce perchè non vadano perdute.

Non me la sento di accusare le montagne di nessuna colpa, ma è indubbio che loro sono inconsapevoli artefici del mio modo di essere e di agire.

Non è né bene, né male, è semplicemente necessario. Zio Gigi avrebbe parlato di "Imperativo Categorico kantiano", mio padre di "senso del dovere", io non ho etichette da appiccicare, mi basta già il finale dell' ultimo quartetto di Beethoven: Es muss sein!

A vent'anni ero pieno di certezze, ora molto meno, ma più passa il tempo che mi avvicina alla risposta definitiva so che tutto ha avuto un senso, non per me ma con il mio esserci.

In fondo condividere i miei pensieri qui è parte della storia.

 

Lo spettacolo delle possibilità

 

Saggio Ogni volta che assisto allo spettacolo finale di una delle settimane dei "Summer Camp" alla Scuola di Musica mi emoziono, mi vengono gli occhi lucidi, e il groppo in gola.

Non è facile pietismo per il "che bravi i bambini", è l'evidenza di una possibilità che è racchiusa in ciascuno di noi e che si esprime se c'è il contesto giusto e ci sono persone positive che ti incoraggiano e guidano al risultato.

Quando vedo cosa riescono a fare gli insegnanti in quel poco tempo, 5 giorni con poco meno di quattro ore per giorno, con un materiale tanto grezzo, molti dei bambini non hanno mai suonato, alcuni sono piccoli e con ovvie difficoltà di ritmica e di coordinamento, eppure.. eppure, accade ogni volta: si spegne la luce, il palco aggiunge la sua dose di magia e i bambini esprimono un talento segreto quanto inatteso.

E' come se gli insegnanti non vedessero i loro limiti ma solo il loro potenziale, e i bambini lo sentano e danno il meglio, sempre.

Vorrei portarci alcune delle persone che incontro per motivi professionali e che si lamentano dell'inadeguatezza delle risorse, dell'impreparazione dei collaboratori, dell'incomprensione del mercato, della crisi, di qualsiasi buona ragione, secondo loro, per cui non vale nemmeno la pena di tentare un cambiamento.

Ogni settimana c'è un progetto, un'idea guida, una meta da raggiungere, una missione da compiere, e non si perde nemmeno un minuto a lamentarsi di "come sarebbe stato bello se…", ma piuttosto ci si focalizza sull'esaltazione dei potenziali, costruendo assieme il risultato.

Saggio2

Alberto, il direttore, lascia fare i suoi insegnanti, si fida di loro e anche lui ogni volta si meraviglia di quali talenti si esprimono nei collaboratori quando li lasci liberi di esprimersi al meglio, ti fidi di loro, li incoraggi, li rendi orgogliosi del loro risultato: che grande lezione di people management!

Venerdì ho visto decine di micro-episodi di interazione positiva, sguardi che dicono "adesso tocca a te", momenti in cui chi era il momentaneo protagonista dava tutto ciò che aveva per contribuire al risultato complessivo (ah! quel batterista piccolo piccolo che quasi non arrivava al pedale della cassa che doveva dare un gran colpo di piatti per fare "il lupo" nella rappresentazione di Pierino e il Lupo di Prokofief).

E che dire dei tre violinisti (meno di vent'anni in tre..) che dovevano fare la parte di Pierino e mentre due di loro sapevano solo fare una nota bassa a corda vuota, il primo suonava il motivetto classico di Pierino e il Lupo e quando era il loro turno faceva alzare i suoi due violinisti come fosse un'intera orchestra, li guardava come un esperto primo violino e attaccava deciso quando era il suo momento.

Mia madre era un esempio fantastico di "ottenere il meglio dalla situazione": se capitavamo a cena improvviamente, mai, dico mai, che dicesse "vorrei fare questo o quello ma mi manca…", apriva il frigorifero e con ciò che aveva (e il suo amore) realizzava sempre qualcosa che era sempre oltre quanto ci si potesse aspettare.

 Lo spettacolo della possibilità è esattamente il contrario della paralisi del pre-giudizio: è vedere in ciò che c'è, non ciò che manca ma ciò che potrebbe contenere e che è sempre più di quanto si possa immaginare.

 

 

 

Forse è colpa di Brahms

MusicaStamattina ascoltavo Brahms a tutto volume e la sua musica mi sconquassa, è sempre così.

Spesso a Sesto ascolto il Requiem Tedesco ed è inevitabile il ricordo di mio padre e mia madre, associare la forza non sontuosa di quella musica che esprime il dispiacere per la perdita assieme all'accettazione della stessa.

Oggi era la volta delle sinfonie (Chailly e Gewandhaus) ed è come quando con la vanga rivolti la terra per preparare l'orto: tornano in superficie pensieri lasciati a lungo in secondo piano, alcuni resi più fertili dall'attesa, altri ancora duri e senza risposte.

Di fronte al possente scorrere della musica mi rimprovero di essere troppo spesso rapito dall'eterno presente di Facebook, di non prendermi il tempo per la riflessione e guardo il mio blog fermo da settimane, secco e disordinato proprio come l'orto a fine inverno.

L'altro giorno sono "andato a sbattere" nel pensiero di Proust dovendo aiutare il nostro giovane batterista alla preparazione dell'interrogazione a scuola: forse perchè mia suocera ne parla spesso, Proust è rimasto in un angolo della mia mente "prima o poi lo leggerò" e capisco anche perchè.

Non si può leggere un pensiero così meticoloso e profondo con la fretta di un tweet o di una mail da spedire entrolo le…: come con Brahms ti devi fermare e ascoltare, accettare che "il tempo" te lo dettano loro, ed è tutto quello che ti serve, né tanto né poco, quello necessario.

Ma a differenza di Proust, così dettagliato nel descrivere ogni passaggio, attento a dissezionare i pensieri come un patologo, Brahms è essenziale, c'è solo quello che serve perchè ha lavorato a lungo, molto a lungo, non per dettagliare ma per togliere il superfluo e lasciarti l'essenza, come per dirti "adesso non hai più motivi per non fare ciò che devi".

Ci sono decine di passaggi che sono per me sintesi di riflessioni già fatte e che nel riascolto mi tornano imperative e chiare: ci hai già pensato abbastanza, ora alzati. Oppure (finale della seconda sinfonia): guardati intorno, non vedi quanti motivi hai per gustare la bellezza e l'energia che te ne deriva?

C'è spesso la malinconia che mi prende quando Marina esce per le sue commissioni: lo so che torna, ma mi rimane sempre il velo di tristezza del distacco (quarta sinfonia primo movimento), il desiderio di prolungare un profumo, uno sguardo, un sorriso, per poi compiacermi della vitalità che ci anima (secondo movimento).

Forse non è colpa di Brahms, tutto avviene nella mia testa e la musica ha solo il compito, niente affatto banale, di evocare e risvegliare sensazioni e riflessioni lasciati a fermentare.

Comunque l'ascolto mi impone di fare la mia parte di, prendere il cammino dove altri lo hanno lasciato (citazione di Beethoven nel finale della prima sinfonia) e decidersi a fare il proprio pezzo di percorso: c'è una dolcezza immensa in quell'armonizzazione una decisione non sforzata ma non meno determinata.

Prendo il violoncello e vado suonare.

 

 

La mia tribù

IMG_7316Oggi ero a Badia Calavena a trovare le cugine di quel ramo della mia famiglia ed è stato come tornare alla tribù originaria dopo un lungo viaggio.

Racconti di vite che si sono ramificate per tutti in molte direzioni, i figli e i figli dei figli.

Era qualche settimana che ci pensavo e la nascita della piccola Marta, il senso delle "generazioni", ha innescato la spinta definitiva.

Un giro al cimitero per riconoscere volti, date, racconti e tutto il pomeriggio a ricollegare le storie che non finiscono mai con una promessa di rivederci presto.

 

 

Il violoncello del nonno

IMG_7274Avevo sentito da un'amica che il nonno era un violoncellista e che il suo strumento era appeso alla parete di casa: se era il primo violoncellista di un'orchestra in Germania prima della guerra, l'orchestra sinfonica di Stoccarda, non poteva essere uno strumento "banale".

La mia curiosità si accende, chissà come suona, è "muto" da quarant'anni, che voce avrà ?

Convinco l'amica a prestarmelo per farlo vedere al mio liutaio di fiducia e anche lui dice che è un bello strumento, non azzarda ad attribuirlo a un 'autore ma dice che vale certamente la pena di rimetterlo in sesto con gli interventi necessari dopo tanti anni di silenzio e se lo dice Filippo Fasser c'è da fidarsi.

Lo chiamiamo "mistery cello" e dopo il restauro di Filippo lo facciamo provare a Meneses che passa dalla sua bottega e anche lui, grande violoncellista, dice che è proprio un bello strumento; un altro amico di Filippo non si sbilancia sull'autore ma lo colloca a metà settecento, probabilmente a Venezia (l'etichetta interna "Carlo Testore" non è originale ed è certamente postuma).

IMG_7228Il "mistery cello" ora ha solo bisogno di trovare un bravo violoncellista che lo suoni, lo faccia rivivere e cogliamo la palla al balzo della presenza di Giovanni Sollima per farglielo provare e anche lui lo trova molto interessante e dice che una sua amica violoncellista e concertista sta proprio cercando uno strumento di qualità, che esprima al meglio la sua bravra.

Con l'occasione del concerto di Trento in cui Monika Leskovar è una dei cinque violoncellisti in scena, il "mistery cello" le viene portato e lei lo usa per l'intero concerto e quando la vado a trovare in camerino al termine per chiedere un parere mi dice: "è magnifico, vorrei poter continuare a suonarlo, chiedi alla tua amica se me lo noleggia."

A questo punto si torna in liuteria da Filippo per una messa a punto speciale per predisporlo all'utilizzo da parte di una concertista professionista e assisto rapito al lavoro simile a quello dei meccanici di una macchina da corsa: ponticelli, angoli e tensioni delle corde ma il risultato è emozionante.

IMG_7288Sotto le dita magiche della Leskovar il violoncello fa sentire la sua voce ricca, calda, forte, "è così 'italiano', mi dice" e pensare che è solo all'inizio della sua rinascita.

Che storia!

Ha suonato in grandi sale da concerto e poi è finito appeso al muro per quarant'anni e ora, di nuovo si trova a fare quello per cui è stato creato: far vibrare di bellezza e di suono il mondo, prestando la sua voce al talento di un grande musicista.

C'è qualcosa di magico in tutto ciò, a metà fra un film della Disney in cui i giocattoli passano tra mille peripezie e tornano alla fine al loro destino di gioiosa felicità o il racconto delle Suites di Bach ritrovate per caso da Casals da un rigattiere di Barcellona e tornate ad essere suonate dopo 250 anni di silenzio.

A casa guardo il mio violoncello e so che non mi appartiene davvero, che il suo tempo travalica la breve vita dei singoli.

Magari tra 250 anni capiterà tra le mani di un grande musicista dopo anni di silenzio, dopo che il nipote di una mia nipote lo avrà staccato dalla parete dicendo: " apparteneva al nonno di mio nonno…"

 

Buon anno papà

JovicaHo appena finito di leggere il bellissimo libro di Moni Ovadia e Marco Rovelli "La meravigliosa vita di Jovica Jovic", che racconta di un musicista rom, delle sue peripezie, dei valori etici di quella comunità e ripenso a come mio padre mi portò all'interno della comunità rom a Montichiari tanti anni fa.

Ne ho un ricordo vivissimo, anche se mi mancano i dettagli e purtroppo né lui né mia madre ci sono più a colmare i vuoti.

Papà era il maresciallo dei carabinieri a Montichiari e aveva una gestione del "potere" tutta sua, lui scampato ai campi di concentramento e con una grande compassione per la gente umile ma anche un grandissimo senso etico e del dovere.

Quando si insediò una comunità rom alla periferia del paese ricordo benissimo come affrontò la cosa in modo così poco "poliziesco" ma con un approccio del tutto mediterraneo, lui che aveva già affrontato allo stesso modo i primi conflitti etnici a Sesto senza mai prenderli di petto ma capendo le ragioni profonde dei comportamenti umani e trovando sempre la soluzione per via inusuale e non conflittuale.

Ricordo quando mi portò al campo rom, lui in divisa, segno di autorità, e incontrò il capo della comunità riconoscendone l'autorità per la sua gente. Non so di cosa parlarono, forse di cose apparentemente futili ma il messaggio era chiaro: diamoci una mano a evitare problemi, so che il capo sei tu, e tu sai che io ho un compito altrettanto importante a cui non posso venire meno, se dovessero sorgere rogne, io vengo da te.

Ricordo che nelle settimane che seguirono lui spiegò a noi figli che i rom erano persone per bene, che lavoravano il rame (ho ancora in casa una brocca lavorata che ora guardo cona ancora maggiore affetto) che avevano principi solidi, una fede religiosa profona, una grande passione per la musica (proprio come racconta il libro di Moni Ovadia) e che se potevano lavorare non avrebbero rubato o creato problemi.

Ricordo benissimo quando ci fu una grande festa, un matrimonio mi pare, e ricordo che fummo invitati con tutta la famiglia e partecipammo come invitati d'onore, e ricordo mio fratello che suonava con loro, ricordo il nome del chitrarrista, figlio del capo? forse. Si chiamava Stanco. Non ricordo invece il nome del capo della comunità (lo chiederò a mio fratello, sperando che abbia memoria migliore della mia)  anche se rivedo benissimo la sua faccia e lo vedo seduto accanto a mio padre che chiacchierano amichevolmente.

Come aveva previsto non ci furono mai problemi e non ci fu mai bisogno di "mostrare i muscoli". ho un vago ricordo di un episodio ma ricordo che risolse la cosa parlando con il capo e lasciando che fosse la "giustizia rom" a occuparsene, commentando che sarebbe stata ben più severa della nostra.

Quando sono qui a Sesto, mi capita spesso di pensare a mio padre, ai suoi insegnamenti fatti di azioni oltre che di racconti. Capisco la sua morale profonda, il fatto che la scelta di campo dell'onestà fosse la sola risposta possibile alla meschinità chissà quante volte incontrata. Capisco che la sua scelta di giustizia non fosse il frutto di un'obbedienza ottusa ai regolamenti che anzi spesso, come Antigone, trasgrediva, ma l'ascolto profondo della propria coscienza unita alla volontà di indicare una strada, la sola, per sé e per il futuro dei suoi figli.

Nel libro ci sono continui accenni alla dignità, al fatto che la ricchezza vera sia nella reputazione, nel rispetto proprio e degli altri, nel termine così desueto di "onore" che distingue il galantuomo dal brigante.

Mio papà parlava del "buon nome" della famiglia, del rispetto che deriva dal valore della parola data; lo vidi piangere una volta sola quando lo umiliarono consegnandogli la croce di cavaliere in un cartoccio come fosse frittura di pesce: non era rabbia, ma dolore per l'insulto dato alla sua dignità, offesa che non poteva essere tollerata.

Viviamo in tempi dalla morale molto, a volte troppo, "elastica", veniamo dall'elogio della scaltrezza, del valore puramente economico di tutto, di chi predica contro i "ladri di regime" e poi fa il furbastro in nero, di chi mette i "mi piace" a Mandela morto ma è incapace di lottare per un ideale perchè da vent'anni ne è privo.

Se avere valori significa essere un "estraneo" in una comunità di arraffoni, allora sono un rom anch'io, se non accettare la mediocrità significa cercare nuove terre allora sono un viaggiatoreche non si stancherà di cambiare posto alla tenda.

Nel 2014 mio padre avrebbe compiuto 100 anni, ma la sua voce è ancora forte e chiara dentro di me quando mi trovo a fare scelte profonde: la sua pace interiore mi ha marcato in modo indelebile dandomi risposte che annullano i dubbi e, in fondo, non me ne dispiace affatto.

Buon anno papà.

Grazie.