Le tre signore del Op Shop

AUS_1558Il volontariato sociale

Una premessa: mi colpiasce molto in questa tappa a Lorne del nostro viaggio in Australia, il grande apporto del volontariato della comunità per il funzionamento complessivo della comunità stessa.

Pete, che è tra i fondatori di una specifica fondazione per la promozione e la crescita della cittadina, Lorne ha poco più di 1.200 abitanti che diventano 20.000 in estate, che sta davvero innestando processi di cambiamento profondi: un festival di musica e performing art, un festival rock che da solo porta 16.000 persone, una mostra di sculture all'aperto, e poi corse ciclistiche e gare di nuoto che stanno spostando il baricentro della stagione turistica da gennaio, che qui è come il nostro agosto, ai mesi di spalla, novembre-marzo.

Ma non è solo il "Committee for Lorne" che spinge il piccolo miracolo: tutti gli eventi sono retti dai volontari, ma anche il surf club, il campo di calcio, ovviamente i pompieri e i volontari del soccorso.

Qualcuno può obiettare: dov'è la novità? Anche da noi funziona così.

Vero, la Scuola di Musica del Garda non esisterebbe senza i volontari ma… è come se da noi il volontariato fosse intanto più per "beneficenza" che per reale coscienza sociale ma soprattutto ogni ente e associazione lavora per conto proprio come un solitario pioniere in un campo ostile, mentre qui il volontariato è diventato "sistema sociale collaborativo".

Dato che tutto ciò che sta avvenendo in rete esalta modelli collaborativi, è chiaro che le mie antenne sono in assoluta allerta.

Ovviamente il tutto è facilitato dal fatto che Lorne sia una cittadina piccola in cui le relazioni sociali sono dirette e immediate, ma su cui si innesta una caratteristica molto australiana dal mio punto di vista: una accoglienza spontanea e una predisposizione alla socialità che ho trovato dovunque sia stato finora.

Gli Op Shop

Gli Opportunity Shops sono un'esempio molto interessante di come il volontariato sociale diventi sistema.

Gli Op Shops sono diffusi in tutta l'Australia e discendono da una tradizione cooperativa nata nel mondo anglosassone in gran parte  durante la seconda guerra mondiale, raccolgono oggetti usati dalle famiglie, li risistemano, li suddividono per categoria e li rivalorizzano vendendoli ad altri della comunità stessa. Con il ricavato vengono finanziate altre iniziative sociale.

Anche da noi direte: i centri di aiuto ai profughi, alle mamme sole, ai senzatetto fanno cose simili. Appunto simili ma profondamente diverse.

AUS_1635Il riciclaggio attivo

Quando pensiamo al riciclaggio pensiamo a "buttare via in modo efficiente", gli Op Shop fanno riciclaggio attivo che ripulisce gli oggetti, ripara dove necesario, rigenera e rivitalizza ma soprattutto li rivalorizza per il loro valore d'uso e li mette in vendita come in un negozio "normale" non accatastando le cose come nei mercatini di seconda mano o nelle garage sales americane.

Il team delle signore

Il negozio è tenuto a turno da signore volontarie, generalmente anziane, che agiscono a turni di tre: in tutto più di 36 signore (6 al giorno per 6 giorni alla settimana) si danno il cambio a gestire, sistemare, promuovere, suggerire.

Già questo è un fatto in sè: 36 anziani che diventano attivi, che socializzano, incontrano, parlano… parlano un sacco… che sono socialmente attive e orgogliose del loro agire.

Il reinvestimento

Il ricavato delle vendite costruisce un tesoretto che viene reinvestito in investimenti socialmente utili: lo scorso anno 250.000 dollari per costruire miniappartamenti per i parenti dei lungodegenti dell'ospedale, l'anno prima 50.000 dollari per una nuova auto per i pompieri, quest'anno, un primo acconto di 15.000 dollari per il salone del centro anziani.

Il riciclo non diventa carità, diventa infrastruttura della comunità che fa capire concretamente il valore dell'Op Shop per cui la gente guarda a quella vetrina con un occhio diverso e motiva al potenziale acquisto.

Il modello virtuoso

Ovviamente il modello economico è quanto di più efficiente si possa immaginare: costi praticamente a zero, i locali sono offerti o dal comune o da qualche privato che offre così la propria dose di volontariato sociale, oppure sono proprietà dell'Op Shop stesso che ha investito una parte dei ricavi nella propria strutturazione, costi trascurabili per i beni da rivendere che vengono donati, costi praticamente nulli per la gestione.

AUS_1560In sintesi

Un sistema altamente virtuoso che rigenera beni, li offre sotto nuova luce di valore, li trasforma in infrastruttura sociale e nel processo coinvolge gli anziani della comunità in una attività che li obbliga alla relazione con gli altri e nel contempo dimostra che gli anziani sono portatori di valori e di utilità sociale quanto i beni che vengono da loro riciclati.

Quando ho chiesto alle tre signore dell'Op Shop di farsi fotografare per raccontare questa storia, non hanno avuto esitazionie e ridevano di gusto, orgogliose del riconoscimento del loro lavoro, ma mi è venuta in mente subito una parola: dignità.

Il risultato ultimo è una comunità che si fa sistema e in cui le interazioni tra i diversi livelli sono tali per cui è lampante che nulla funzionerebbe senza l'apporto dell'altro.

La rete, appunto.

#Ferguson è Ferguson

DonnaGrazie ad Alfonso Fuggetta ho letto un interessante riflessione a proposito delle proteste avvenute a Ferguson in Missouri dopo l'uccisione di un ragazzo di colore da parte della polizia.

La prima è che fatti che accadono in paesi lontani o nelle periferie o che non vengono giudicati "importanti" dai grandi organi di stampa diventano invece rilevanti grazie al ruolo dei cittadini stessi che diventano i veri protagonisti del racconto di ciò che accade attorno a loro.

Ne parlo da vent'anni da Onde alla TV del Parco Polaris, dagli interventi a Flemington a quelli dove mi capita di parlare di rete e società, dai progetti di Banca del Tempo a Perugia con Mariella Morbidelli a quelli di Marina di alfabetizzazione delle mamme prima e degli anziani poi, fino alla sua attività di narrazione delle ricette di cucina di casa o il mio racconto della battaglia di Solferino e San Martino: siamo protagonisti dei nostri territori, di ciò che accade attorno a noi.

Più vedo crescere in Facebook l'imbecillità di chi divulga e rilancia notizie di paesi di cui non sa un accidente o di leggi e fatti di cui non ha nessuna prova di verità, più credo sia doveroso insistere nell'invitare noi stessi e chi ci sta intorno a raccontare, a documentare e far conoscere il mondo quotidiano.

Partiamo pure dalle cene con gli amici: saremo pronti a raccontare una tragedia o a documentare un'ingiustizia.

CecchIl secondo fatto rilevante del racconto è il ruolo degli algoritmi che ci fanno vedere una realtà non "vera", che sono stati sviluppati per "facilitare" la nostra navigazione ma che di fatto decidono al posto nostro cosa vedere e cosa no.

Lo dico sempre quando mi capita di parlarne con gli amici: lo sapete vero che Facebook vi fa vedere solo ciò che ritiene interessante? che filtra e censura ciò che vedete? ciò che credete di far vedere ai vostri amici non arriva sempre a destinazione?

Mi guardano immancabilmente come un bambino che scopre la verità si Babbo Natale.

La verità (tema filosofico di non poco conto) in rete nasce solo dal confronto delle opinioni, dal racconto diretto di persone della cui autorevolezza possiamo fidarci, della continua verifica delle fonti.

E' un mondo diverso, non c'è dubbio, preoccupante per molti versi ma che ci rende testimoni immediati di eventi di cui in passato no avremmo saputo nulla, un mondo che dobbiamo raccontare per permettere ad altri di avere più fonti per farsi un'idea propria, un mondo in cui il nostro parere, il nostro punto di vista, non è "quello vero" ma è quello che contribuisce alla costruzione di un punto di vista il più possibile oggettivo.

PoliceLa terza riflessione riguarda la gestione delle crisi nell'epoca della rete e lo dice bene Jeffrey Blackwell il capo della polizia di Cincinnati intervistato da CNN: "Crediamo che il solo modo sia di dire la verità con il massimo di trasparenza, il pubblico ha il diritto di sapere cosa succede (riferito al fatto che dopo 6 giorni dall'uccisione la Polizia di Ferguson non ha ancora rivelato il nome dell'agente che ha sparato), il solo modo per ottenere collaborazione è attraverso la fiducia e la collaborazione e deve essere autentica."

Parole pesanti per chi, ufficiale di polizia, governante, sindaco o amministratore di un'azienda ritiende di non dover giustificare i propri comportamenti rispetto ai propri interlocutori con la scusa che "non possono capire".

La rete racconta il falso e censura? Certo ma anche apre la porta al vero, alla documentazione alla controinformazione. Avremmo saputo di cosa accade in Turchia, a Gaza o a Ferguson Missouri? Molto probabilmente no. Ed è indubbio che Israele ha risolto il problema dei tunnel ma si è creato un poderoso nemico emotivo in un pubblico inizialmente non ostile e che nessuno può onestamente giudicare un paese dall'alto di un pulpito di "verginità" quando ciascuno ha la sua Tien AN Men da nascondere agli occhi del mondo, sia esso un giovane di fronte a un carro armato o una mamma con le mani alzate davanti alla polizia a Ferguson.

Mi chiedo se avremmo dovuto attendere cinquant'anni per sapere delle Foibe se all'epoca fosse già esistito Twittere che idea avremmo oggi di Cesare Battisti e di "trieste Libera" se avessimo avuto modo di ascoltare la voce dei diretti protagonisti.

Trovo molto appropriata la conclusione della blogger (ho scoperto poi che è una docente universitaria di sociologia ) da cui ho preso spunto per queste riflessioni, ciò che accade nella realtà si rispecchia nella rete e ciò che facciamo in rete incide nel mondo reale.

Raccontare i fatti di Ferguson su twitter con l'hashtag #Ferguson è rilevante, ha cambiato la percezione degli eventi e nel contempo, come capita spesso, di fronte al sopruso ha risvegliato la consapevolezza di molti cittadini che si son otrasformati in testimoni e narratori.

Un giornalista arrestato che filma i suo arresto ingiustificato in un Mc Donald, al pari del cittadino che attiva un live stream con la cronaca diretta di ciò che sta accadendo in questo preciso istante non sono eventi banali, ci dicono che abbiamo il dovere di raccontare il bello e anche quello che altri non vorrebbero che raccontassimo.

Non mancheranno quelli che accuseranno internet di divulgare notizie che istigano all'odio, quando documentano brutalità ingiustificate, e ne chiederanno il blocco e la censura ma il mondo che avremo in rete dipende dalla responsabilità con cui la useremo come pure il mondo reale attorno a noi dipenderà dalla cura che ce ne prenderemo.

Perchè #Ferguson è Ferguson.

 

 

Racconti di parole

ParoleMi piacciono le parole, raccontano storie, origini, la maggior parte ha fatto una lunga strada.

Il mio mitico professore di greco diceva che le parole sono come gli attrezzi: servono a costruire pensieri e frasi e come gli attrezzi alcune si logorano con l'uso altre, perdono la loro funzione, qualcuna rimane solida nel tempo.

Lui ci insegnava come vino derivasse da "voinos" poi con "la caduta del digamma/vau, diventasse "oinos" da cui enotria ed enologo" mentre un pezzo della parola restava con la v, che nel dialetto diventa "vin" in veneto, "vi" nel bresciano, "i" nella bassa, e poi ci si ferma perchè altrimenti non beviamo niente.

Nascono parole nuove orrende nel linguaggio del business come "fittare" che non c'entra con le agenzie immobiliari ma è uno storpio del termine inglese "to fit" che vuol dire "ci sta dentro a misura" e ho sentito persone che dicevano che il nuovo modello "non fitta con il mercato", e poi tutte le parole delle nuove generazioni come "strabello", "uazzappami" per non dire dei nomi delle persone che si consumano tanto velocemente e si contraggono in Ste, Adri, Cri, sapendo che però si consumeranno velocemente come le parole che li hanno preceduti.

"Una cannonata", usata nel primo dopoguerra è una parola che non si usa più per esprimere la grandiosità di un evento, "Paninaro e Sanbabilino", passati gli anni della contestazione, sono parole usurate in fretta come un coltello tutto sbeccato.

Le parole viaggiano attraverso i confini e si modificano con le intemperie o con le piogge dei diversi paesi o rimangono come lasciti delle diverse dominazioni, come le decorazioni delle case o i monumenti.

Ecco che Caesar (pronunciato pare Kaissar dagli antichi latini) diventa Kaiser al nord o kZar all'est e Ciao deriva da s'ciao, "schiavo" di cui rimane ancora in Alto Adige la forma "Servus" che si usa per salutare una persona (devo ancora scoprire quanto amica o quanto formale).

Ecco il bresciano "articioc" per definire i carciofi come in francese o le arance dette "portugai" forse perchè venivano da quel paese e qualche anziano ancora si riferisce al divano chiamandolo "ottomana", con lo sguardo interrogativo del nipote che non capisce che sono tutte parole che raccontano di invasioni subite e tentate ai danni altrui.

In Calabria ho scoperto la lingua arbresc (Arbreshe più correttamente) di origine albanese e mi spiace molto di non aver passato del tempo con qualcuno che me la parlasse per catturare radici comuni e parole-ponte tra le due coste del mare.

Con gli amici sestesi vado a caccia di parole che affiorano dalla mia infanzia e rimaste nel linguaggio di mia madre per cui secondo la definizione del prof. Marcolini, quelle parole sono un pezzo della mia lingua-madre.

Ieri ho scoperto "Passt" e la sua variante "Passt shon", ovvero "perfetto, su misura" e, con la correzione di shon "non è perfetto ma va bene viste le circostanze", e poi ho ricostruito la storia del mio orsacchiotto il "bérile", da bar con la dieresi in tedesco (e bear in inglese) e l'aggiunta del diminutivo -ile: si vede che gli orsi loro erano diversi dall'ursus latino e dal "arktos" greco poi diventato arkos.

OrsoIn dialetto il mio "berile" è diventato 'sperl (lo scrivo come si dice con la elle appena annunciata con la lingua parcheggiata sul palato): come ci si arriva? Der Bar (sostantivo maschile) diventa neutro con il vezzeggiativo e diventa Das Barile (la a ha la dieresi e si pronuncia e, non è un barile nel senso della botte), nel parlare le prime due lettere dell'articolo si perdono e resta solo la "s", la "b" si pronuncia "p", le due vocali del vezzeggiativo si riassumono in quella "l" e il mio berile è diventato sperl. Magia!

Ho anche soperto come veniamo chiamati noi italiani con un termine analogo a "crucchi" quando noi parliamo dei tedeschi e anche degli altoatesini, con quella valenza negativa che c'è quando ci si riferisce al meridionale come "terrone".

Siamo i "Walschen" che in tedesco sono i "Welshen" e qui ho trovato tutto il viaggio della parola che dice in sostanza "gente che parla un'altra lingua", come i gallesi per gli inglesi (welsh) come i valloni belgi per i fiamminghi (Wals) e gli svizzeri francesi per gli svizzeri tedeschi (Welschschweitz).

Adesso so che se un amico mi dice che sono un "walsh" sorrido e gli dico che lo sono quanto lui è "crucco", se me lo dice tra i denti un estraneo, so che mi devo incazzare.

Dato che il maltempo a Sesto viene spesso dal passo di Montecroce che ci separa dal veneto c'è un detto che recita "dal walsh anche il vento è cattivo e porta brutto tempo" e dobbiamo farcene una ragione: siamo tutti i "terroni" di qualcun altro.

Schermata 2014-08-04 alle 00.28.25Con la mia maestra Kiki  abbiamo ragionato su una traduzione sbagliata della pubblicità del nuovo impianto di risalita lo "Stiergarten" tradotto come "orto del toro" (va bene, perchè qui negli orti ci sono i fiori mentre per noi il giardino non ha zucchine e insalata) il manifesto in tedesco dice "Der Stier ist los!", letteralmente "il toro è libero" (loose in inglese, lasco in italiano marinaresco) in realtà è una frase idiomatica che significa che accadranno cose strabilianti.

A fronte di questo concetto metaforico molto ricco, più vicino a Pamplona e San Sebastian che ai prati dell'alpeggio sestese, la traduzione pubblicitaria in italiano è proprio fiacca, non la ricordo nemmeno esattamente, ma è una cosa del tipo "Il toro è al via": manco giocasse a Monopoli.

EshPer l'aperitivo di domani mi sono preparato un'altra piccola collezione di parole della mia infanzia da risistemare, altre le troveremo chiacchierando perchè, come nel quadro di Escher, anche le chiacchiere sono fatte di parole.

 

 

 

 

A lezione tra fragole e mirtilli

GruberQuando ho amici in visita, specialmente se interessati anche all'ambito professionale, una tappa alla fabbrica delle marmellate di Alpe Pragas è d'obbligo: prodotti eccellenti presentati come non ho mai visto fare da nessuno e un'azienda con un approccio alla qualità e una comunicazione impareggiabili.

Ho conosciuto Stefan Gruber, il titolare, alcuni anni fa e anche oggi quando ci siamo visti è stato subito un sorridente "Ciao come va? Tutto bene? Hai portato degli amici? Molto bene, grazie!"

Solare, schietto, semplice, diretto: come i suoi prodotti.

Lo "spaccio aziendale" della Alpe Pragas sembra una gioielleria tanta è la cura nel mostrare i prodotti ma nel contempo è elegante, come dice una scritta sul muro: "La squisitezza incontra la raffinatezza".

Da quest'anno poi, sopra il negozio… una galleria d'arte e quando chiedo a Stefan "Come mai? " la sua risposta è semplice: "Bisogna sempre fare qualcosa di nuovo!" Ovvio.

PragasChi si focaliza sulle marmellate ha di che "fare il pieno" tra confezioni regalo e prodotti normali, io guardo i dettagli delle scritte, degli accessori, i divani, le finiture, i mobili, le luci, i colori, tutto perfettamente in linea con la comunicazione d'impresa, con il "manifesto" dell'azienda che si legge all'ingresso:

"Benvenuti in un luogo intriso di creatività e modernità in cui l'originalità incontra l'innovazione, la squisitezza incontra le raffinatezza, il passato incontra il futuro".

Non conosco i dati economici dell'azienda e i suoi risultati di bilancio, ma "l'aria che si respira" è di serenità e di successo e immagino che i risultati ci siano se, dopo i primi approcci verso questa qualità così spinta e integrale che vidi qualche anno fa, il  processo è continuato e, anzi, è ulteriormente cresciuto.

Immagino che Stefan non abbia fatto tutto da solo, ha scelto certamente collaboratori di grande qualità, ha scelto di sicuro un ottimo web designer (vedo dal sito che è un'azienda di Merano, peraltro con un sito altrettanto ben fatto ) bravi architetti e interior designer e qui c'è un'altra lezione sulla scelta dei collaboratori e sulla qualità delle persone… ma ne parlerò in un altro post.

A lui il compito di assicurare la coerenza e l'armonia di tutti gli elementi perchè l'azienda di successo è questo: un insieme coerente e armonico, di prodotti, di persone, di struture organizzative che raccontano una storia unica e convincente.

Per dirla con Alberto de Martini "La comunicazione d'impresa non è solo ciò che una azienda dice, ma soprattutto ciò che fa ed è".

 

 

 

Cosa scriverei sulle pagine bianche

Unita3Per ovvi motivi non sono riuscito a comperarne il primo numero, ma oggi non me ne sono lasciato scappare l'ultimo e sono qui che guardo le pagine bianche de l'Unità che silenziosamente parlano della fine di un'epoca, almeno a me.

Era il giornale simbolo di un partito e di chi in quel partito si impegnava per sostenerne la proposta e allora avere in tasca l'Unità o Il Manifesto o Lotta Continua era una precisa dichiarazione di campo.

Con l'Unità ho capito che la satira, quando è intelligente, è un'arma potentissima e Fortebraccio con le sue lapidarie riflessioni o con un aggettivo o un avverbio al posto giusto lasciava il segno ogni volta (memorabile il "Tanassi con la fronte inutilmente spaziosa").

L'Unità e la sua diffusione casa per casa è stata la mia scuola di politica, quella vera, quando ogni domenica mattina dedicavo il mio tempo a portarla e quando possibile fermandomi a parlare con la gente e raccogliendo commenti sulla vita di ogni giorno.

Quante copie ogni domenica? Una trentina mi pare di ricordare, guidato da Luciano Avigo che mi ha insegnato la disciplina della continuità, il valore del lavoro capillare, dell'incontro uno a uno.

Avevo 21 anni e su queste pagine bianche scriverei di come sia grato a quell'esperienza per ciò che ho poi imparato e fatto a proposito di reti sociali e di meccanismi del cambiamento.

Scriverei di quante cose ho imparato e fatto nelle Feste de l'Unità (non sono mai riuscito a chiamare la festa in modo diverso) dal coraggio di cambiare quando sembra impossibile: spostare la Festa de l'Unità dalla viuzza dietro il circolino al Castello era follia eppure… quanti furono entusiasti di realizzare un progetto "impossibile", una cosa mai provata prima, una festa non solo di salamine, burattini e ballo liscio, ma un evento grande, pieno di sorprese, di cultura e di musica di qualità, che dicesse in pratica quale mondo avessimo in mente.

Scriverei di come la parola "unità" ha un grande senso per chi crede sia un grande vantaggio stare assieme più che dividersi, mantenere la propria autenticità nella relazione con chi è diverso.

Scriverei anche che rimpiango quella carica di valori etici che attrassero noi giovani e riuscirono ad esaltare l'entusiasmo dell'età con una meta possibile, valori "adulti", vissuti, intrisi di fiducia nella possibilità di un mondo diverso che non andava atteso ma costruito.

Scriverei delle molte delusioni, delle sconfitte, delle meschinità grandi e piccole perchè ho conosciuto anche quelle ma userei una matita perchè ben più leggere sono state rispetto alle tante lezioni di amicizia, di stima e di onestà che ho ricevuto e che restano scritte in inchiostro indelebile.

Terrò via questa copia de l'Unità con le sue pagine bianche per avere una scusa per raccontare a mia nipote un giorno cos'era e cosa è la bella politica, cos'è l'impegno per un ideale, e anche come l'incapacità di comprendere i cambiamenti porti alla perdita di quanto si pretendeva di difendere.

"Nonno, perchè questo giornale non ha scritto niente?"

"No cara, di cose ne ha scritte tante ma servono occhi speciali per leggerle."

 

 

 

Tre anni dopo

Chissà per quale barbatrucco tecnologico è tornata nel mio aggregatore la notizia di un'intervista che ho dato 3 anni fa al Security Summit di Milano.

Non ho fatto caso alla data, mi pareva solo strano che citasse il mio blog su Noza24 che da tempo non tengo aggiornato.

Ho ascoltato l'intervista per essere sicuro di non aver detto castronerie e solo ora scopro che il tutto non era al Summit di quest'anno ma a quello del 2010: ne ricavo tre lezioni.

1-Le riflessioni di più largo respiro non scadono a breve come lo yoghurt

2-La rete è implacabile nel tenere traccia della tua "memoria"

3-Apri l'occhio! Se qualcosa non quadra fidati del tuo istinto animale.

Comunque per chi volesse controllare l'intervista è qui.

 

I temi della maturità sono un inganno o una realtà che non vogliamo vedere?

Ho letto tutte le tracce dei temi della maturità e li trovo tutti affascinanti: c'è Pasolini, la storia dal delitto di Sarajevo alle Brigate Rosse, c'è la ricerca scientifica, una citazione di Fritjof Capra: ma davvero i ragazzi della maturità di oggi sanno affrontare questi temi?

Ho l'impressione di un inganno: la scuola non mi sembra il luogo che alleva coscienze critiche, che stimola la curiosità, che incoraggia la lettura del nostro tempo ma poi per coprirsi le vergogne ecco che sceglie dei temi che vengono da un'altro mondo.

E' come se dopo averli fatti studiare (si fa per dire) con i flautini di plastica, alla maturità proponessero di scegliere tra tre esecuzioni di Brahms, Stravinski e Frank Zappa.

O forse la realtà è diversa: i ragazzi, NONOSTANTE la scuola, sono davvero capaci di svolgere questi temi perchè loro vivranno in un mondo senza frontiere, loro sanno i danni della società dei consumi e la smonteranno semplicemente senza rinfacciarlo a noi padri. Sono curiosi del presente senza doverlo leggere sui libri perchè loro sono il presente e capiscono l'ecologia meglio di chi ha creduto nella chimica e nel potere salvifico del moplen e del napalm.

Li vedo alla Scuola di Musica, li vedo al teatro di Viandanze, li ho visti a Mezzogiorno in Famiglia e li vedo su Facebook: vedo conformismi e banalità ma anche solidarietà, voglia di amicizia, vedo impegno, dedizione, allegria intelligente.

Spero che tanti abbiamo fatto bene con la prova di italiano per dimostrare che c'è una realtà che non vogliamo vedere solo perchè la gerontocazia ha un solo modo per mantenersi: rendere impossibile l'accettazione che un ragazzo sappia il fatto suo.

Why Bach

Grazie a State Of The Net per la prima volta guardo e ascolto per bene il mio racconto sulla complessità e devo dire che mi piace, in questa versione in particolare, che temevo frettolosa quando l'ho preparata, mi pare ci sia tutto e con un ritmo che non stanca.

E poi c'è Tullio Zorzet che accetta di suonare in una condizione scomoda e inusuale… e poi c'è Bach.

Ho mangiato un racconto

Foto0Nel venire a Sesto facciamo tappa per pranzo al Moar a Vila di Sopra,(a sinistra al bivio di Percha) caldamente raccomandato da mio fratello.

Ottima cucina casalinga pusterese, test kaiserschmarren superato brillantemente, atmosfera da maso di montagna.

Ma il tocco di "genio" è alla fine: il padrone ci consegna biglietto da visita, un libretto con le tre ricette importanti e un pieghevole con la storia del posto.

Quante volte l'avrò detto che la genbte mangia "storie", ascolta "racconti", che i prodotti e i servizi delle aziende di successo sono "narrazioni"?

Ed ecco qui un posto semplice che immediatamente si "mitizza", guardi con altri occhi la stube che scopriamo essere del 1360, leggiamo la storia del maso che parte dal 1296, leggiamo la fiaba del primo gestore che scopre una pentola d'oro sotto il camino grazie all'indicazione di una fata incontrata a Innsbruck… da restare a bocca aperta per la capacità di "marketing" di questa gente.

E poi che la famiglia lo gestisce da 20 (!) generazioni, il riconoscimento ufficiale di "maso avito", insomma, siamo in un posto speciale e tutto contribuisce a creare la sensazione che ti porti a casa.

Sarebbe bastato il cibo? No,ci sono decine e decine di posti dove si mangia ottimamente a prezzi modici. Il cibo è marginale?  Ovviamente no, lo scopo del posto è ospitare gente che desidera un buon pranzo, ma è l'insieme che rafforza i singoli elementi e sono i singoli elementi che sostengono l'insieme.

Basta un'occhiata veloce al loro sito per ritrovare l'immediatezza della comunicazione, perfettamente coerente con il cibo e l'atmosfera: come dire? Verità e fiaba si incontrano e non sono antitetici.

Una lettura più dettagliata mostra che il sito e i testi sono realizzati da professionisti, altro segno di intelligenza: capire che il "fai da te" non è sempre la scelta migliore, ovvero, se sai fare la minestra d'orzo in modo eccellente non significa che sai anche fare un sito web. Ahimé, quanti ne conosco …

 

 

 

 

Che belle lezioni!

Lorenzo e Simone, due grandi amici mi hanno affiancato oggi in un lungo meeting sulla gestione delle risorse umane: che bravi, che grande umanità ed esperienza hanno saputo condividere!