Dai tempi del lavoro non venivo a Roma assiduamente e queste quattro settimane di giochi on tv mi hanno obbligato a fare il pendolare come una volta.
Devo dire che i collegamenti in treno sono stati una sorpresa positiva e un’immagine di come, nonostante mille difficoltà, si facciano passi avanti,
Guardavo stamattina le migliaia di persone che affollavano la stazione Termini e la fila dei treni rossi e argento che in tre ore collegano i centri delle città: per un paese stretto e lungo come il nostro un bel cambiamento.
Non sono un amante della velocità e non la ritengo un valore, e forse invece che TAV, Treni ad Alta Velocità, li chiamerei, TMTV, Treni con il minor Tempo di Viaggio, oppure TAP, Treni ad Alta Possibilità di spostarsi, di avere il tempo di godersi la meta.
Non amo i luddisti No-Tav, si sa, una giusta vigilanza ecologica nasconde una reale incapacità di pensare a lungo termine, presupposto indispensabile proprio al pensiero ecologico, di immaginare come un intero paese debba evolvere per orientare il progresso senza farsene travolgere.
Si si i problemi sono altri, e i pendolari che hanno treni catorcio, e gli sprechi delle ferrovie e…tutto vero ma lavorando in Sardegna con il Prof. Zanella ho imparato la difficoltà e l’importanza del pensare a lungo termine, il bisogno di tenere lo sguardo dritto all’orizzonte.
E' da un anno che ci lavoriamo e oggi il progetto è stato ufficializzato con il comunicato stampa e l'annuncio delle date di uscita dei dischi delle tre artiste che fannno parte della prima "spedizione" della musica in una nuova dimensione, partendo da un nuovo pianeta.
E' un progetto, importante, ambizioso e pieno di dettagli e complessità ma che vede un team di talenti molto diversi e speciali per affrontare un tema di grande impatto: come creare un nuovo contesto perchè gli artisti possano produrre musica di alto livello.
La lettura del comunicato stampa fornisce alcune indicazioni come pure un veloce giro del sito o della pagina Facebook, ma la vera differenza la faranno gli artisti stessi (per ora tre donne, tre modi molto diversi di trattare il materiale sonoro) che del progetto sono i veri protagonisti.
La parte musicale è pronta, Cesare e Gianni stanno lavorando alle immagini per il contenitore del primo CD, domani girano il videoclip: tutto avanza in parallelo per arrivare ad emettere il primo segnale tangibile che BaseLuna è attiva.
Me le aspettavo, sia le battute sulla mia presenza in TV a Mezzogiorno in Famiglia, sia le domande "ma perchè lo fai? Cosa ci guadagni?". Anche i complimenti per la verità: quando ho accettato l'invito del Sindaco Rosa Leso, sapevo cosa facevo e l'apporto che avrei potuto dare grazie all'esperienza.
Mi rendo conto che la gente vede la facciata, la spagnola stangona e non sa le ore di attesa nei corridoi, il nervosismo dei ragazzi che devono cantare o ballare, l'imbarazzo delle domande a cui devi rispondere in 5 secondi.
Non si mettono in conto 14 ore di viaggio in pulmann o le levatacce o le rinunce allo studio o la giornata di ferie presa per partecipare.
E il soggiorno non è a Via Veneto ma dalle Suore Oblate o al Bonus Pastor in stanze doppie e la diaria di 30 euro per due giorni e mezzo per ripagare il panino in treno o in autogrill.
Perché lo fai?
Per lo stesso motivo per cui faccio il volontario alla Scuola di Musica come migliaia di altri fanno generosamente cose per gli altri nel sociale, nella cultura, nel lavoro: Perchè è utile alla città e alla sua gente e perchè in un mondo arrogante, egoista e meschino è un gesto di ribellione, anzi di più è un gesto "rivoluzionario" e un esempio etico di valore.
Non ho la vocazione al martirio, questo è certo, ma non vedo un futuro possibile se non ci liberiamo della patina di squallore che da venticinque anni ci infanga la vita, facendo cose concrete, azioni piccole ma azioni che cambiano il mondo in meglio alla stessa stregua di chi pianta un albero.
Non sopporto quelli che si lamentano seduti alla tastiera, quelli che "bisognerebbe", quelli che "nel contesto generale", e ho imparato a decidere al volo i miei "si" e i miei "no".
Quattro ore di presenza televisiva in "daytime" in un paese che elegge in TV e sui palcoscenici i propri governanti sono un valore immenso per la città anche se è così meschina da non capirlo al punto che so che in comune si dannano per trovare le persone che psartecipino ai giochi o semplicemente vengano a fare il tifo: al televoto la settimana scorsa ci ha battuto l'Isola d'Elba ! (la cantante avversaria veniva da lì e non era di certo più brava della nostra)
Eppure ne vale la pena, anche di fare la figura dello stupido che non sa che l'Elba è in provincia di Livorno e non di Grosseto perchè la prima ricompensa mi viene dai ragazzi del team: incitarli, incoraggiarli, prevenire i loro dubbi, sciogliere le loro tensioni e vederli felici di vincere, non ha prezzo.
Sono contento di aver convinto gli albergatori e i commercianti a pagarci il viaggio di andata e ritorno, mentre il comune paga il soggiorno, non per la cifra (850 euro per ciascuno) e non perchè il comune non avesse 1700 euro per farlo ma perchè volevo che fosse riconosciuto il valore di quello che gli 11 partecipanti stanno regalando alla comunità.
Ognuno di loro regala alla città un bene prezioso: tre giorni del proprio tempo, emozioni e adrenalina a kili (dovevate vedere le mani di Paolo come tremavano quando ha vinto la gara la scorsa settimana!), fatica e prove e ripetizioni e il caldo appiccicoso dello studio o l'odore dei pupazzoni di gommapiuma mai lavati.
Vincere è bello, tra l'altro è anche utile (il premio finale è uno scuolabus per la città) e comunque porta valore concreto in termini di visibilità e promozione turistica alla città che questo significa sviluppo e ricaduta su tutti.
La vittoria dipende in gran parte da fortuna, sennò che gioco è?, da una fortuita conoscenza della differenza tra un fungo e un calzare romano, da una stramba abilità a passarsi le mele o le uova guancia a guancia e comunque quando si vince è grande la gioia, come l'applauso finale dopo un concerto.
Ma noi abbiamo già vinto e ai ragazzi del team non mi stanco di ripeterlo, abbiamo vinto quando abbiamo accettato di partecipare: abbiamo vinto l'egoismo, abbiamo vinto le paure di fare "brutta figura", abbiamo vinto la meschinità di chi chiede "quanto ti danno", abbiamo vinto la fatica e lo sconforto.
In cuor mio sono convinto di aver fatto in questi anni cose ben più meritevoli per la città che non rispondere a dei quiz, ma il senso è uguale e in cuor mio qul calore e quel ringraziamento l'ho suddiviso sulle altre attività a cui mi sono dedicato, senza nulla togliere alla soddisfazione di aver guidato un team di ragazzi che non si conoscevano tra loro fino alla piena condivisione dell'obiettivo e alla vittoria.
All'ennesima richiesta "perchè lo fai?", l'altro giorno ho risposto "perchè questo è il mio modo di fare politica, di cambiare le cose, di non prendersi tanto sul serio da non saper cacciare l'individualismo con uno sberleffo, sapendo che nuove generazioni ti guardano e pensano, se lo fa lui, forse anche io…".
Stamattina riflettevo andando a Roverbella sul contrasto tra costruzione e distruzione.
Avevo in mente gli articoli letti online sulla situazione politica, su quanto questo modo di fare e di pensare sia lontano dal mio modo di pensare e di fare: non sono un bacchettone ma l'insulto, la protervia, il vaffanculo, l'arroganza, l'ignoranza delle regole, mi vanno proprio di traverso.
Si può distruggere tutto? Facile! Non ci vuole un genio: basta un energumeno con una mazza per distruggere La Pietà di Michelangelo, quanto a rifarla, quello stesso energumeno, penso abbia qualche difficoltà.
Non ho mai sopportato l'autoritarismo e pur essendo un decisionista, abituato a prendere decisioni e ad assumere responsabilità quando serve, non mi sogno di imporre il mio modo di pensare a chicchessia e penso con tristezza a chi mandò nei campi i professori e gli intellettuali, uccidendo sia loro che i raccolti.
Forse per questo non mi piace chi urla e sbraita e chi ha bisogno del "capo" per sentirsi forte, ho guidato un'azienda ma quando ho fatto l'assessore sapevo la differenza, ho militato in passato in un partito per scelta e mi fa orrore pensare oggi di "iscrivermi in una srl".
Penso alla fatica che stiamo facendo con l'assessore Veronica Vicentini a dare una sede stabile alla Scuola di Musica di Roverbella, a quanto sia arduo far ragionare, spiegare, convincere, trovare soluzioni, compromessi sensati per giungere al risultato di un bene più grande.
Ho la sensazione che stia prevalendo nella politica un "machismo" di gesti e di idee che a me fanno sembrare del tutto simili i celodurismi di bossi, le figate di berlusca e i vaffanculo di grillo (il minuscolo non è un errore) è da virile petto villoso "che traccia il solco e lo difende con la spada", la voglia di spaccare tutto, di devastare il palazzo buttando le scartoffie dalle finestre.
Si sa, nelle rivoluzioni per "difendere i più deboli" alla fine sono i più deboli a rimetterci di più, le caste e i banchieri sono già altrove quando arriva Zapata e immagino le piaghe sulle mani di chi dopo i combattimenti deve ricostruire con fatica ancora maggiore perchè l'imbecillità ha distrutto anche gli attrezzi.
Furono le donne di Solferino e Castiglione a recuperare lo scempio della battaglia voluta da re e imperatori maschi, curando indistintamente "amici" e "nemici", incapaci di accettare lo scempio della vita umana, la distruzione, loro che la vita la portano in grembo e con dolore la generano.
Una Grilla sarebbe stata possibile?
Ho avuto grande stima per figure rivoluzionarie femminili o di donne che sanno lottare come pochi per giuste cause e non ho mai trovato che anche nei momenti estremi le vere leader, perdessero l'elemento "femminile" della creazione, del bene più grande. Il loro motore non è l'odio, è l'amore come racconta un bellissimo libro di Stella Pende di più di venticinque anni fa.
Ho conosciuto molte donne manager e quelle proprio insopportabili erano quelle che scimmiottavano gli uomini, evidenziando le nostre goffaggini e i nostri difetti: il pugno sul tavolo, l'urlo, l'insulto, la cecità di fronte all'evidenza pur di non perdere il potere, e anche fra le donne "il cretino", che ti fa male danneggiando se stesso, è sempre in agguato.
Quelle brave erano sempre femminili anche quando dirigevano organizzazioni complesse, se poi erano anche madri avevano quel" certo non so che" in più che mi facevano pensare che noi uomini non avevamo alcuna possibilità di competere con la loro capacità sensoriale ed emotiva così accentuata.
No, una Grilla non sarebbe stata possibile, non per quello che sto vedendo oggi.
Noi "bambini" ridiamo al rutto e alla scoreggia, loro no: al massimo con commiserazione sorridono alla nostra volgarità comprendendo noi e condannando il gesto.
Osservo gli accadimenti e penso alle donne che in tempo di guerra lavoravano mentre gli uomini erano al fronte, metafora perfetta del contrasto tra chi realizza e chi abbatte, penso alle difficoltà delle famiglie in questi momenti di ristrettezze economiche e vedo mia madre che rammenda calze e aggiusta toppe, la nonna di Marina o l'Elvira che reggevano la sorte delle famiglie contadine e che nella miseria non dimenticavano di guardare al futuro facendo studiare un figlio o mettendo da parte qualcosa "per domani".
Nei momenti difficili, se devono prendere in mano le sorti di una famiglia devastata dal marito puttaniere o dal cognato ubriacone, sanno essere drastiche ma assieme al pudore hanno il senso dell'onore, che non permette di "far brutta figura" che non infanga il "buon nome" di famiglia, sanno che è un valore da lasciare in dote.
Vedo messaggi in rete che mi fanno rabbrividire, ma non voglio dialogare con gli invasati: l'ho fatto quando era il tempo e l'età, adesso, come dice un caro amico fotografo "Guardo e faccio".
Spero sempre che sul'orlo dell'abisso arrivi un attimo di saggezza e impedisca la catastrofe, ma siccome la fede non mi basta, costruisco giardini di musica, così come anche nei momenti più bui e miseri in casa c'era sempre un pizzo, un vaso di fiori, una goccia di profumo, un angolo di bellezza a ricordarci la nostra umanità.
Che giornata! Rientrando dal concerto per l'inaugurazione della Metro a Brescia vedevo la stazione di Piazza Vittoria ancora con capannelli di gente che faceva da corona ad una esibizione musicale e alla stazione di Brescia2 ho intravisto passando un coro intero.
Si perchè in tutte le stazioni c'era Musica a fare da contorno e arredo culturale all'evento, ma soprattutto musica di ogni genere: jazz, classica, contemporanea, DJ, cori, pop, solisti e gruppi ubiti dal racconto di una giornata speciale per la città.
Riflettevo sulla forza universale del linguaggio musicale e su come questo linguaggio sia tanto più forte quanto più esce dai luohi "tradizionali": ascoltare musica in discoteca o ni un teatro è, perdonate la semplificazione, una cosa "normale", ascoltarla eseguita dal vivo in una stazione della metropolitana o in una piazza o in giardino pubblico, la carica emotiva, narrativa ed evocativa della musica centuplica la sua forza.
L'ho visto oggi mentre suonavo, guardando il pubblico che scendeva le scale mobili e si voltava verso noi musicisti catturato da questo evento insolito, da questi suoni inaspettati, per di più con un brano inusuale come In C.
Dopo lo stupore, un flash negli occhi per dire "Ah sì, è ovvio, c'è l'inaugurazione della metropolitana" (come a dire che la musica è un evento eccezionale come un'inaugurazione) e poi li vedevi tornare indietro a fotografare, ad ascoltare, come richiamati dal pifferaio di Hamelin.
Basta un piccolo gruppo in una piazza, in un angolo, sotto un porticato, e subito una città distratta e frettolosa, si risveglia a rallenta il passo al battito della bellezza: la musica è potente, ti obbliga al suo tempo. Un quadro lo puoi guardare velocemente ma un brano musicale non puoi ascoltarlo a velocità quadrupla perchè hai fretta, il tuo tempo non conta, la musica ne diventa padrona.
Mi è capitato a Parigi in Place des Vosges, e poi in Olanda, e in Polonia e poi decine e decine di volte negli Stati Uniti o in Pusteria ed è quello che vorrei tanto per la città che mi ospita: che fosse piena di bellezza sonora.
Ma c'è un'altra dimensione che ho misurato oggi, che già sapevo ma che ogni volta che la magia si ripete, provo l'allegria dello stupore: si incontrano musicisti che non si conoscono ma bastano due note assieme che le distanze di riducono, basta un giro di blues o una "follia" cinquecentesca che subito si crea uno spazio condiviso, un mondo nuovo che non appartiene a nessuno ma è immediatamente di tutii quelli che suonano.
Basta guardare questo video ripreso al volo fuori dal bar dove facevamo una pausa prima del concerto: due violoncellisti, un tastierista e mio nipote Alberto con un flautino che si mettono a suonare Bella Ciao senza essersi conosciuti prima, senza aver provato con l'intesa che scatta immediata.
La musica è sintetizzata in quel video: complicità, allegria, rivoluzione, durata nel tempo, ascolto reciproco.
L'Italia che ha dato alla musica il linguaggio, gli strumenti più belli e preziosi, dovrebbe esaltarla in ogni angolo e luogo e se avesse guardato gli occhi dei ragazzi che hanno suonato oggi, avrebbe visto l'orgoglio di aver fatto qualcosa di bello e importante per sé e per gli altri. Eh sì, la musica è un fatto sommamente egoistico e al tempo stesso altamente generoso, fai musica e ti gongoli nella tua "potenza" nel produrre suoni, ma nel momento che li emetti, non ti appartengono più, sono nell'aria, appartengono a tutti.
Mi arrabbio quando sento dire "non abbiamo i soldi" in risposta a progetti musicali presentati a questo o quel comune. "Non abbiamo soldi" è una risposta comoda, sbrigativa, apparentemente inconfutabile eppure profondamente falsa.
La risposta più onesta sarebbe "non te li voglio dare, perchè non ho capito bene a cosa serve" e dato che a nessuno piace vergognarsi di non capire la musica, ecco pronta la scusa dei soldi.
L'ho sentito ancora in questi giorni, "lo sai che se avessimo i soldi lo faremmo",scusa plausibile e apparentemente "oggettiva": in realtà sarebbe più onesto dire "Non capisco dove sia il vantaggio" perchè se uno capisse il valore della collaborazione, dell'ascolto, della disciplina, che sono dentro ogni occasione musicale,scoprirebbe che la musica è un investimento straordinariamente conveniente ed efficace.
Con che metro si misura la piacevolezza che abbiamo ingenerato oggi? Con che metro razionalizziamo il piacere puro dei musicisti che da precedentemente sconosciuti passano a condividere una melodia o un pentagramma.
L'ho visto accadere con le duemila persone che affollano il festival dei cori a Sesto, l'ho rivisto oggi con i con i 45 musicisti di Brescia Suona in Do: la musica è il tritacarne del sospetto emotivo che non scompare ma viene fatto a pezzi e insaccato come un salame che si potrà, per chi vuole, pur sempre consumare in seguito. Una partitura da suonare assieme, un brano conosciuto da entrambi ed ecco che vedo crollare dogane, barriere, distanze, annullate da sguardi d'intesa e da partenze comuni segnate da un respiro.
Bello il WiFi, senza dubbio utili gli HotSpot ad accesso libero: ma quanto sarebbe più civile una città in cui suonare non richiede permessi, anzi, sei invitato a farlo se puoi abbellire lo spazio circostante, una città in cui tutti i generi trovano cittadinanza come la trovano gli esseri umani senza distinzione di sesso, religione e colore della pelle.
Una città di musica è una città che progredisce recuperando la nostra umanità ed è un'apparente contraddizione guardare al futuro e al passato contemporaneamente ma la musica è così da sempre: mistero e follia.
Ed è proprio alla "follia" della musica che pensavo stasera, solo metro con cui misurarla. La follia è un tema musicale di origine portoghese (qui lo schema preso da wikipedia inglese) su cui si basava un'improvvisazione che accompagnava danze e, pare, riti di fertilità (follia si dice anche in segno di dispregio rispetto alla musica "vera" suonata in chiesa), e comunque un tema noto su cui qualunque musicista trovava il suo linguaggio universale per aprire un dialogo con un altro musicista.
E' successo anche oggi con i due ragazzi del conservatorio di Milano che suonavano in fianco a me e che hanno attaccato la Follia di Corelli, ma che è la stessa di Vivaldi, di Marais, Geminiani, e di cento altri, a ci ha immediatamente accomunati come un giro di blues di 500 anni fa che ancora svolge la sua funzione di far ballare con i sonagli ai piedi i "pazzi" di questo mondo.
A loro dedico la versione più sonora e maestosa della rielaborazione del tema della Follia fatto da Haendel per la sua Sarabanada (chi ha visto Barry Lyndon la ricorderà) che riascoltai a Parigi sotto i volti di Place des Vosges suonata dai ragazzi del vicino conservatorio e mi rapì per insegnarmi che il metro della musica non è nè quello del tempo né quello dello spazio ma quello dell'irragionevole.
Da parecchio tempo non andavamo alla Goccia di Montonale a mangiare e oggi Marina lo ha scelto per festeggiare il compleanno di Lucia: ottima scelta davvero.
Il locale è completamente rinnovato e il menu pieno di proposte appetitose e poi i proprietari che sono tornati ad esserne anche i gestori, sono gentilissimi e ospitali.
Noi abbiamo optato per il pesce con un generoso antipasto di crudo veramente ottimo, soprattutto per i gamberoni.
Saltati i primi, già con l'antipasto stavamo bene, abbiamo optato per una grigliata mista con anche un assaggio di frittura e anche qui nulla da dire: tutto ottimo.
Forse la menzione speciale spetta al fritto, croccante e saporito e per nulla unto.
Buono anche il lugana Muntunal che abbiamo scelto.
Mi piace moltissimo fare regali (anche riceverne, s'intende) ma oggi per la prima volta ho fatto IL regalo, nel senso che il regalo ero io.
Qualche settimana fa la moglie di Pinuccio, mio amico d'infanzia che non vedo da quarant'anni, mi ha contattato su Facebook per mandarmi una foto che ha ritrovato tra le vecchie immagini (quella con i pantaloni a zampa d'elefante) e mi ha chiesto se nel mio spostamento da Desenzano a Sesto potevo fermarmi da loro a Rovereto per fare una sorpresa a Pinuccio che compie 60 anni dopodomani.
Paola e la figlia hanno architettato tutto a sua insaputa e oggi quando ci siamo trovati al ristorante è stata grandissima la sua sorpresa e la sua gioia (anche la mia, ovviamente) nel vedermi ed è stato un magnifico flashback con ricordi che si allacciano e immagini sbiadite che tornano vivide.
Sua madre, che chiamavo "Mamma Tea" era una sorta di seconda mamma per me negli anni a Vigo di Fassa in cui le nostre famiglie vivevano nella stessa caserma dei carabinieri e poi quando loro si sono trasferiti a Rovereto e noi a Montichiari, siamo rimasti in contatto finchè mia mamma andava a trovare mamma Tea e poi Pinuccio si è sposato e poi …
Poi ci sono le "coincidenze": la figlia suona il violino in un'orchestra e il suo fidanzato è di Lonato, il loro cane si chiama Blue (è maschio però) e Pinuccio e Paola hanno un'azienda cartotecnica e guardacaso sto cercando una soluzione per il packaging dei dischi per il nuovo progetto di Doc. Ma questa è un'altra storia…
Insomma oggi ero "un regalo" e mi è piaciuto anche perchè mi sono regalato una bellissima giornata.
Oggi ascoltavo affascinato la lezione di Carlo Boccadoro sulla musica di Bruno Maderna ed ho scoperto un grande compositore, ne ho seguito il percorso storico, ne ho compreso l'estetica e il valore che lo pongono tra i grandi della musica del nostro secolo.
E' di certo una grande occasione, anzi, un privilegio, ascoltare le lezioni di Carlo e mentre lo ascoltavo continuavo a pensare a quelli che più volte hanno messo su Facebook l'immagine del grande violinista Joshua Bell che suona nella metropolitana ma nessuno se lo fila e seguono commenti ironici e indignati sull'incapacità della gente di apprezzare il talento se non c'è l'enfasi markettara che lo esalta.
Con il maestro Boccadoro è lo stesso, se ci fosse una cultura diffusa dovremmo fare lezione in teatro per ospitare gli uditori ma non accade perchè, in fondo ,chi biasima quelli che ignorano Joshua Bell poi ignorano Carlo Boccadoro a loro volta, bravissimi nello stigmatizzare l'ignoranza altrui non riconoscendo la propria.
Con una punta i egoismo dico "io c'ero" e guardo gli altri amici che sono qui e so che loro stanno apprezzando e sono felici di quanto accade alla Scuola.
Per gli altri… ci stiamo lavorando, anzi è proprio per questo che Carlo viene volentieri da noi.
Il mio intervento di ieri a Verona su cultura e cambiamento è stato anche un'occasione per riflettere su questa campagna elettorale, sui temi che mi pare di cogliere, sulle tante suggestioni che ho raccolto. (si vede anche dallo sguardo fisso, ascolto Demetrio e penso a cosa significhino il suo e mio intervento in quel contesto).
A fronte di discorsi densi di "buoni sentimenti", mi pare ancora forte il distacco tra chi opera realmente quotidianamente per far funzionare le cose, per organizzare un'impresa o una cooperativa e ho la sensazione che la politica in generale faccia fatica a parlare di progetti reali.
Per assurdo mi pare che la politica sia stata travolta da una collettiva "sindrome del piagnisteo" in cui si parla solo di ciò che non va in questo paese e si esalta il senso di catastrofe imminente che alimenta i radicalismi grillini per cui è meglio radere al suolo il parlamento, in perfetta assonanza ideologica e di linguaggio con leghisti e fascisti.
La penso come Franco Battiato che non giusto parlare di "pericolo" Grillo quando ben più pericoloso è il mafioso ritorno di B che rischia di portarci al definitivo sfacelo, il grillismo è insopportabilmente ottuso (come lo era il leghismo dei primi giorni) animato da buoni motivi e che ha portato a guidare comuni e in parlamento qualche brava persona e un sacco di mezze tacche.
Non mi piace chi pensa alla politica come slogan in piazza, se ero a Verona a parlare, è perchè credo nel dialogo, se voto PD convinto non è per il male minore ma perchè non ho visto nessun altro movimento o partito, credere così fermamente nella democrazia, da giungere spesso all'autolesionismo.
Vedo i limiti, gli apparati duri ad andarsene, ma vedo anche la testardaggine del non rinunciare agli ideali di fondo di cercare di "tenere assieme" il sistema paese, di non puntare allo sfascio.
Ho l'impressione che con Renzi candidato oggi il PD avrebbe meno grattacapi ma è la forza della democrazia: è stata una scelta libera di chi ha votato e va rispettata e lo stesso Renzi sta dando una lezione di stile che altri dovrebbero prendere ad esempio.
C'è una forte domanda di discontinuità, di nuovi modi di fare le cose, di nuovi linguaggi, di aria nuova.
Mi pare significativo lo slogan di Ambrosoli se penso alla campagna che realizzammo per l'elezione del sindaco a Desenzano, la medesima forte promessa: il cambiamento.
In fondo vincere le elezioni è facile: basta avere un candidato onesto e credibile e impegnarsi a rispondere al bisogno profondo che si coglie negli animi di una collettività.
E' ovvio che se la promessa non verrà mantenuta davvero, con fatti concreti, la gente reagirà con veemenza e il conto da pagare sarà molto salato.
Ma è anche vero che se non si raccoglie la sfida del cambiamento, se non se ne comprende il potenziale di innovazione, poi non ci si deve sorprendere se un outsider arriva a superare il 20% dei voti.
So bene che un sindaco deve fare i conti con risorse limitate, che chi governa una regione tenere a bada pressioni e spinte, che un politico alla guida di un paese deve saper tessere alleanze e trovare compromessi accettabili pur di far progredire una legge, ma non mi pare una scusa sufficiente: c'è un'impellenza di segni di coraggio, di fiducia in un mondo diverso e possibile, di trasparenza di animi e non solo di procedimenti, di sguardi che progettano a lungo termine mentre risolvono l'emergenza dell'oggi.
Ho ascoltato storie di associazioni che leggono libri agli altri perchè l'ignoranza non prevalga, ho ascoltato il racconto di una gallerista che sopravvive in una città che ha chiuso il museo di arte moderna, ho raccontato la nostra avventura che accende il futuro con la musica, ho ascoltato il discorso appassionato di Simona Marchini che non si pente di aver sempre lottato, e pagato, per non vendere l'anima di ciò in cui si crede.
C'è molta gente che non smette di piantare semi per domani.