Perchè questo logo?

14MinilogoQuando un anno fa ci siamo messi con Cesare Orladelli (il mio geniale partner di grafica) a lavorare all'immagine del progetto del Concerto dei 100 Ragazzi, volevamo trovare un modo originale per raccontare una "storia" molto articolata.

Dal momento in cui mi è frullato per la testa il nome dell'evento, ho spiegato a Cesare cosa dovevamo comunicare: non tanto una serata musicale, ma l'idea di un'attività ad alto contenuto simbolico in cui i giovani musicisti sono protagonisti di un percorso innovativo.

E poi volevo qualcosa di "insolito" nel mondo della musica orchestrale tradizionale, qualcosa che richiamasse l'attenzione e incuriosisse chi guarda, tanto da domandarsi: ma cos'è questa cosa?

L'idea grafica è venuta subito: quelle due grandi scarpe da ginnastica piene di strumenti rendono perfettamente l'idea e ingombrano decisamente lo spazio per costringere il testo a poche frasi, l'attenzione è sul cammino più che sull'evento.

Il Concerto dei 100 Ragazzi è infatti un percorso di mesi in cui gli insegnanti e i direttori delle diverse scuole collaborano per preparare il repertorio, un percorso che sfocia in una settimana di full immersion in cui 100 ragazzi che provengono da diversi paesi,  che parlano lingue diverse, con tradizioni e quotidianità diverse ma che hanno in comune il linguaggio comune della musica e un obiettivo chiaro e condiviso da raggiungere: il concerto.

Nei molti anni in cui ho suonato con l'orchestra giovanile della scuola ho imparato la magia di quell'ambiente, il misto di ansia nei mesi di prova e di gioia al termine del concerto, il suonare e l'ascoltare simultaneo degli altri.

Ma quando lo scorso anno ho assistito alle prove del Concerto dei 100 Ragazzi ho visto qualcosa di ancora più strabiliante: una sola settimana di tempo, un intero repertorio da preparare, musicisti che non hanno mai suonato assieme, la barriera linguistica da superare… dare vita a un grande concerto, pieno di emozione.

E quella è l'immagine che rende bene quello che accadrà anche quest'anno a Belgrado: cinque gruppi di ragazzi, cinque lingue diverse, un repertorio da assemblare, due sale prestigiose in cui hanno suonato i più grandi musicisti del mondo… e i ragazzi non vedono il problema, camminano verso la soluzione.

Quelle due scarpe raccontano l'essenzialità del viaggio, non serve altro: lo strumento e la voglia di andare, la musica farà il resto.

 

#Ferguson è Ferguson

DonnaGrazie ad Alfonso Fuggetta ho letto un interessante riflessione a proposito delle proteste avvenute a Ferguson in Missouri dopo l'uccisione di un ragazzo di colore da parte della polizia.

La prima è che fatti che accadono in paesi lontani o nelle periferie o che non vengono giudicati "importanti" dai grandi organi di stampa diventano invece rilevanti grazie al ruolo dei cittadini stessi che diventano i veri protagonisti del racconto di ciò che accade attorno a loro.

Ne parlo da vent'anni da Onde alla TV del Parco Polaris, dagli interventi a Flemington a quelli dove mi capita di parlare di rete e società, dai progetti di Banca del Tempo a Perugia con Mariella Morbidelli a quelli di Marina di alfabetizzazione delle mamme prima e degli anziani poi, fino alla sua attività di narrazione delle ricette di cucina di casa o il mio racconto della battaglia di Solferino e San Martino: siamo protagonisti dei nostri territori, di ciò che accade attorno a noi.

Più vedo crescere in Facebook l'imbecillità di chi divulga e rilancia notizie di paesi di cui non sa un accidente o di leggi e fatti di cui non ha nessuna prova di verità, più credo sia doveroso insistere nell'invitare noi stessi e chi ci sta intorno a raccontare, a documentare e far conoscere il mondo quotidiano.

Partiamo pure dalle cene con gli amici: saremo pronti a raccontare una tragedia o a documentare un'ingiustizia.

CecchIl secondo fatto rilevante del racconto è il ruolo degli algoritmi che ci fanno vedere una realtà non "vera", che sono stati sviluppati per "facilitare" la nostra navigazione ma che di fatto decidono al posto nostro cosa vedere e cosa no.

Lo dico sempre quando mi capita di parlarne con gli amici: lo sapete vero che Facebook vi fa vedere solo ciò che ritiene interessante? che filtra e censura ciò che vedete? ciò che credete di far vedere ai vostri amici non arriva sempre a destinazione?

Mi guardano immancabilmente come un bambino che scopre la verità si Babbo Natale.

La verità (tema filosofico di non poco conto) in rete nasce solo dal confronto delle opinioni, dal racconto diretto di persone della cui autorevolezza possiamo fidarci, della continua verifica delle fonti.

E' un mondo diverso, non c'è dubbio, preoccupante per molti versi ma che ci rende testimoni immediati di eventi di cui in passato no avremmo saputo nulla, un mondo che dobbiamo raccontare per permettere ad altri di avere più fonti per farsi un'idea propria, un mondo in cui il nostro parere, il nostro punto di vista, non è "quello vero" ma è quello che contribuisce alla costruzione di un punto di vista il più possibile oggettivo.

PoliceLa terza riflessione riguarda la gestione delle crisi nell'epoca della rete e lo dice bene Jeffrey Blackwell il capo della polizia di Cincinnati intervistato da CNN: "Crediamo che il solo modo sia di dire la verità con il massimo di trasparenza, il pubblico ha il diritto di sapere cosa succede (riferito al fatto che dopo 6 giorni dall'uccisione la Polizia di Ferguson non ha ancora rivelato il nome dell'agente che ha sparato), il solo modo per ottenere collaborazione è attraverso la fiducia e la collaborazione e deve essere autentica."

Parole pesanti per chi, ufficiale di polizia, governante, sindaco o amministratore di un'azienda ritiende di non dover giustificare i propri comportamenti rispetto ai propri interlocutori con la scusa che "non possono capire".

La rete racconta il falso e censura? Certo ma anche apre la porta al vero, alla documentazione alla controinformazione. Avremmo saputo di cosa accade in Turchia, a Gaza o a Ferguson Missouri? Molto probabilmente no. Ed è indubbio che Israele ha risolto il problema dei tunnel ma si è creato un poderoso nemico emotivo in un pubblico inizialmente non ostile e che nessuno può onestamente giudicare un paese dall'alto di un pulpito di "verginità" quando ciascuno ha la sua Tien AN Men da nascondere agli occhi del mondo, sia esso un giovane di fronte a un carro armato o una mamma con le mani alzate davanti alla polizia a Ferguson.

Mi chiedo se avremmo dovuto attendere cinquant'anni per sapere delle Foibe se all'epoca fosse già esistito Twittere che idea avremmo oggi di Cesare Battisti e di "trieste Libera" se avessimo avuto modo di ascoltare la voce dei diretti protagonisti.

Trovo molto appropriata la conclusione della blogger (ho scoperto poi che è una docente universitaria di sociologia ) da cui ho preso spunto per queste riflessioni, ciò che accade nella realtà si rispecchia nella rete e ciò che facciamo in rete incide nel mondo reale.

Raccontare i fatti di Ferguson su twitter con l'hashtag #Ferguson è rilevante, ha cambiato la percezione degli eventi e nel contempo, come capita spesso, di fronte al sopruso ha risvegliato la consapevolezza di molti cittadini che si son otrasformati in testimoni e narratori.

Un giornalista arrestato che filma i suo arresto ingiustificato in un Mc Donald, al pari del cittadino che attiva un live stream con la cronaca diretta di ciò che sta accadendo in questo preciso istante non sono eventi banali, ci dicono che abbiamo il dovere di raccontare il bello e anche quello che altri non vorrebbero che raccontassimo.

Non mancheranno quelli che accuseranno internet di divulgare notizie che istigano all'odio, quando documentano brutalità ingiustificate, e ne chiederanno il blocco e la censura ma il mondo che avremo in rete dipende dalla responsabilità con cui la useremo come pure il mondo reale attorno a noi dipenderà dalla cura che ce ne prenderemo.

Perchè #Ferguson è Ferguson.

 

 

Pensiero io e pensiero noi

LotoMi accusano spesso di essere "grande nella testa" e non hanno tutti i torti.

Quando penso a un qualche progetto, la mia mente parte e immagina le possibilità, i persorsi, le implicazioni, cosa può diventare dopo 5 o 10 anni e quali opportunità apre, ma soprattutto mi scatta la molla del… perchè no? Perchè non farlo? Proviamo!

E' come se nella mia testa sbocciassero, uno dietro l'altro, decine di fiori di loto, uno dopo l'altro, come in un cartone animato che rapidamente riempie la palude e la fa diventare un prato fiorito.

Il mio amico e maestro Stefan diceva: "Tutti guardano in su e vedono il cielo, alcuni riconoscono le stelle, pochi distinguono le costellazioni e solo qualcuno vede l'universo."

Mamma1Il Primo Ingrediente

Mi sono domandato spesso da cosa dipenda questa mia attitudine e credo ci siano molte concause: genitori che mi hanno amato, l'amore è il primo ingrediente della crescita, mia mamma che mi ha sempre lasciato "trafficare" con costruzioni e bizzarrie: ero uno dei bambini privilegiati che avevano il Meccano.

Avendo fratelli più grandi che studiavano, li asoltavo rapito e sperimentavo le loro conoscenze, portavo a casa ramarri, per l'orrore di mia mamma che se ne trovò 30 in giro per casa, catturavo maggiolini e insetti, li uccidevo con l'etere e poi li coprivo di rame con una vasca da elettrolisi che mi ero costruito.

MeccanoIl secondo Ingrediente

Leggevo avidamente il Corriere dei Piccoli e il secondo grande ingrediente credo sia la curiosità mista a fantasia: tutto mi incuriosiva, tutto mi sembrava degno di attenzione, di scoperta di sperimentazione e a pensarci ore a più di cinquant'anni mi domando con quale coraggio mi lasciassero fare.

In farmacia comperavo l'etere, l'acido solforico e quello cloridrico per l'elettrolisi (oggi quei farmacisti andrebbero in galera dritti per aver venduto sostanze pericolose a un bambino di sette anni) e in cantina avevo uno spazio mio, tutto mio, per i miei giochi e i miei esperimenti.

Avevo anche una "tana" sotto un tavolo chiuso con una tenda in cui immaginavo avventure e custodivo i miei tesori: rocchetti di legno usati, una cassettiera tutta a scomparti avuta da una merciaia che sostituì quella di legno con una in metallo e me la diede (ho un amore particolare per i cassettini a cento scomparti) e poi fantasticavo per ore.

TagliapietraIl terzo ingrediente

E poi c'era la musica.

Già a Vigo di Fassa avevamo il grammofono in un magnifico mobile di legno con incastonata anche una vecchia radio, grammofono sostituito poi da un giradischi Lesa color caffelatte.

Mio papà da bravo veronese amava l'opera e ci portava di tanto in tanto all'Arena, dove mi addormentavo immancabilmente ma le vibrazioni arrivavano comunque. E poi strimpellava la chitarra che lo aveva salvato dal campo di concentramento e attorno a quello strumento sono nate tutte le nostre storie di musicisti: prima i due miei fratelli e poi io.

Quella chitarra è quella che portai a Londra nel mio primo viaggio da solo modificandone la "spalla" sinistra e creandoci uno sportello in cui tenere le cose che non volevo perdere…

Avere una band in casa e un padre che assecondò tutte le "follie" di mio fratello che voleva solo strumenti di prim'ordine è stato un imprinting decisivo e un esempio concreto: grande impegno, cura dei dettagli (la band aveva, manifesti, blocco dei contratti con carta intestata, prove meticolose tutte le settimane, furgone con grande scritta laterale, repertorio deciso a priori e massima disciplina sul palco) e prima come accompagnatore e addetto alla trascrizione dei testi, è "a orecchio" che ho imparato l'inglese, e poi come bassista, la musica è stata maestra di vita.

E' passata in secodo piano quando lo studio, la politica e la voglia di mettermi in gioco hanno preso il sopravvento ma è sempre rimasta lì, con una chitarra sempre pronta.

E quando alla conclusione di un ciclo professionale di grandi soddisfazioni, ho potuto di nuovo scegliere, la musica è tornata ad essere una delle priorità della mia vita: come dice Marina, tu appena sveglio senti della musica. Vero.

TomIl Quarto Ingrediente

Uno zio gesuita è una risorsa non da poco, specialmente se è come era mio zio Gigi: prete per esigenze di fame familiare, brillante, generoso, caciarone, mitiche le sue barzellette, amante dei viaggi e delle chiacchiere filosofiche.

Non si poteva mai banalizzare una discussione con lui, ti insegnava ad affinare il ragionamento a valutare le ipotesi, a sintetizzare, ad astrarre a tenere in piedi castelli complessi con la sola capacità della logica.

E in casa portava libri, conoscenza, piacere per il sapere: e quello fu certamente il quarto ingrediente.

Passò due estati a tradurre la Summa Teologica di San Tommaso D'Acquino per conto di un editore e dato che frequentava la "Milano bene" dei Leone XIII e dei Conti Melzi aveva anche una grande predisposizione al "marketing" personale, che gli ammiravo ,con quell'eleganza da nobile decaduto ma furbacchione che mi ricorda tanto "Il Conte" di Alan Ford.

Mi fece amare la scrittura che fin dalle elementari è stata una mia grande risorsa e sia lui che mio padre avevano una calligrafia magnifica, figlia dei tempi in cui scrivere e poter studiare era un privilegio che andava trattato con rispetto.

Mio padre, maresciallo dei carabinieri, aveva tesori di cancelleria, matite rosse e blu, la carta speciale per le comunicazioni con la Nato, gil schedari, i libroni dei registri… : ancora oggi una cartoleria mi affascina quanto una ferramenta!

Con qualche parentesi distratta dalle esplosioni ormonali dell'adolescenza, ho sempre studiato con grande passione, di tutto, il sapere per il gusto di sapere, per il piacere della conoscenza. Non ho mai smesso di imparare.

Ero uno dei pochi "strambi" che frequentavano Scienze Politiche a Bologna negli anni del 18 politico e avevo tutti 30 sul libretto, assistevo alle lezioni di diritto Costituzionale e facevo ricerche comparate sulle costituzioni Statunitense e Jugoslava (30 e lode) e grandi dibattiti con Salvatore Sechi docente di Storia Contemporanea sul Cile, il ruolo della sinistra rivoluzionaria (30 e lode) che finivano a casa sua con gli altri quattro appassionati di discussione, a fare pastasciutta e riflessioni sul ruolo del sindacato nel favorire la controrivoluzione.

A sette esami dalla fine piantai lì tutto: non mi bastava sapere, volevo fare.

La sola cosa che poi Zio Gigi non mandò giù era che diventai comunista, peccato che l'ictus non ci ha permesso di parlarne, da bravo filosofo avrebbe reso il dialogo molto interessante.

CrodaToni1Il Quinto Ingrediente

Amore, curiosità e fantasia, musica, cultura, mescolati in parti uguali perchè non si possono dosare e ogni esagerazione ora dell'uno, ora dell'altro, è assolutamente necessaria per capire come mai il pensiero grande è il mio Ippogrifo.

Ma il vero ingrediente magico, quello che catalizza gli altri quattro credo sia qui, a Sesto ed è nella bellezza e nella maestosità delle montagne, nella pace dei prati, nella magia dei boschi di larice.

Guardavo ieri la Croda dei Toni, la mia montagna "simbolo" di Sesto, la sua eleganza e la sua bellezza cubista così forte quando la si osserva dopo la fatica della salita al rifugio Comici.

Trecarperi1Guardo dal balcone i Tre Scarperi e la Croda Rossa e ogni mattina faccio il pieno di grandiosità, quelle montagne mi dicono che si può resistere alle frane e alle intemperie e che loro sono più durature delle nuvole e dei lampi. Più silenziose del tuono e del vento raccontano di rimbalzo le storie di caccia di mio padre da queste parti la sua leadership semplice senza violenza, di mia madre che mi ha confessato quanto lei fosse felice quassù.

Troppo grandi per appartenere a uno soltanto, sono l'esempio della condivisione della bellezza e della necessità di volersi bene in montagna perchè chi pensa di fare da solo rischia la vita e spesso la perde.

Sono state contese a fucilate e non hanno ceduto più di 250 metri ora agli uni e ora agli altri per dire che i confini non esistono, ti entrano negli occhi e nel cuore per farti capire che è possibile fare qualcosa di grande restando piccoli, che "grande" e "piccolo" sono categorie senza senso perchè loro fanno parte dei miliardi di universi rispetto ai quali sono granelli di polvere errante nei millenni.

Queste montagne mi hanno stregato, è colpa loro se il mio pensiero si apre ai loro spazi quando affronto un tema, è colpa loro se sono più a mio agio in orizzonti temporali più lunghi dell'istante sono loro che mi ricordano il legame di tutto con tutto che mi spinge a vedere il nesso, il senso della vita.

GigiCelloIo e noi

Chi mi detesta perchè penso "grande", mi trova arrogante, egoista, saccente e pensa che lo faccia per potere e per vanagloria, forse proiettando su di me la reale loro meschinità perchè è esattamente il contrario.

Quei cinque ingredienti non ammettono il pensiero "io", obbligano al "noi": l'amore implica l'altro, come la musica che esce da noi per andare al mondo, la fantasia ci lascia per vagare in spazi più grandi che nessun singolo può contenere e il sapere è ciò che ci rende consapevoli di noi rispetto altri e correggerei Cartesio in "Cogito ergo sumus".

La leaderhip implica la guida PER gli altri ed è un dono pesante per chi lo riceve in sorte: solo chi non lo è pensa che il leader usi gli altri al proprio scopo mentre usa sé stesso per un fine altrui che ha fatto proprio.

C'è "pensiero noi" quando mia madre condivideva la polenta appena fatta con le vicine di casa tanto quanto ce n'è in Alberto che invece di fare lezioni di piano per campare ha voluto fare una scuola perchè quante più persone possibili vengano messe in grado di amare la musica.

C'è "pensiero noi" quando metto fiori al balcone mentre il "pensiero io" li chiuderebbe in casa, così come c'è nell'avere amici a cena.

E' stato un "Pensiero noi" la spinta decisiva ad avviare il progetto ONDE: potevo tenere per me, solo per me, ciò che sapevo?  E ci fu, eccome se ci fu, chi me lo propose, chi voleva fare "l'affare", chi, dopo la visita mattutina in chiesa, non voleva una rete pubblica, gratuita e aperta.

L'impegno nella Scuola di Musica, il Master, la Cooperativa degli artisti, il progetto dell'orchestra internaizonale e quello della musica per tutti i bambini delle elementari, sono tutte conseguenza del "pensiero noi": è anche colpa sua se il mio studio del violoncello è così lento e faticoso, quando mi sembra di aver fatto pochi progressi, penso a quante, tante, altre cose ho fatto nel frattempo, sacrificando loro buona parte del mio "tempo io".

Ma c'è un tempo "io"? Non ho più la risposta e il violoncello me ne fa comprendere l'insensateza insita nella domanda. Il mio tempo è un tutt'uno con quello del mondo in cui vivo e vibro con esso.

E' religioso il "pensiero noi" anche in chi non crede in quel certo dio o nella sua liturgia ma sente che tutto ciò che esiste non lo è per un individuo solo,  è stata "noi" la lezione del prof. Zanella che si è battuto perchè la tecnologia portase sviluppo sociale in Sardegna e sono "noi" le ricette antiche che Marina riproduce perchè non vadano perdute.

Non me la sento di accusare le montagne di nessuna colpa, ma è indubbio che loro sono inconsapevoli artefici del mio modo di essere e di agire.

Non è né bene, né male, è semplicemente necessario. Zio Gigi avrebbe parlato di "Imperativo Categorico kantiano", mio padre di "senso del dovere", io non ho etichette da appiccicare, mi basta già il finale dell' ultimo quartetto di Beethoven: Es muss sein!

A vent'anni ero pieno di certezze, ora molto meno, ma più passa il tempo che mi avvicina alla risposta definitiva so che tutto ha avuto un senso, non per me ma con il mio esserci.

In fondo condividere i miei pensieri qui è parte della storia.

 

Racconti di parole

ParoleMi piacciono le parole, raccontano storie, origini, la maggior parte ha fatto una lunga strada.

Il mio mitico professore di greco diceva che le parole sono come gli attrezzi: servono a costruire pensieri e frasi e come gli attrezzi alcune si logorano con l'uso altre, perdono la loro funzione, qualcuna rimane solida nel tempo.

Lui ci insegnava come vino derivasse da "voinos" poi con "la caduta del digamma/vau, diventasse "oinos" da cui enotria ed enologo" mentre un pezzo della parola restava con la v, che nel dialetto diventa "vin" in veneto, "vi" nel bresciano, "i" nella bassa, e poi ci si ferma perchè altrimenti non beviamo niente.

Nascono parole nuove orrende nel linguaggio del business come "fittare" che non c'entra con le agenzie immobiliari ma è uno storpio del termine inglese "to fit" che vuol dire "ci sta dentro a misura" e ho sentito persone che dicevano che il nuovo modello "non fitta con il mercato", e poi tutte le parole delle nuove generazioni come "strabello", "uazzappami" per non dire dei nomi delle persone che si consumano tanto velocemente e si contraggono in Ste, Adri, Cri, sapendo che però si consumeranno velocemente come le parole che li hanno preceduti.

"Una cannonata", usata nel primo dopoguerra è una parola che non si usa più per esprimere la grandiosità di un evento, "Paninaro e Sanbabilino", passati gli anni della contestazione, sono parole usurate in fretta come un coltello tutto sbeccato.

Le parole viaggiano attraverso i confini e si modificano con le intemperie o con le piogge dei diversi paesi o rimangono come lasciti delle diverse dominazioni, come le decorazioni delle case o i monumenti.

Ecco che Caesar (pronunciato pare Kaissar dagli antichi latini) diventa Kaiser al nord o kZar all'est e Ciao deriva da s'ciao, "schiavo" di cui rimane ancora in Alto Adige la forma "Servus" che si usa per salutare una persona (devo ancora scoprire quanto amica o quanto formale).

Ecco il bresciano "articioc" per definire i carciofi come in francese o le arance dette "portugai" forse perchè venivano da quel paese e qualche anziano ancora si riferisce al divano chiamandolo "ottomana", con lo sguardo interrogativo del nipote che non capisce che sono tutte parole che raccontano di invasioni subite e tentate ai danni altrui.

In Calabria ho scoperto la lingua arbresc (Arbreshe più correttamente) di origine albanese e mi spiace molto di non aver passato del tempo con qualcuno che me la parlasse per catturare radici comuni e parole-ponte tra le due coste del mare.

Con gli amici sestesi vado a caccia di parole che affiorano dalla mia infanzia e rimaste nel linguaggio di mia madre per cui secondo la definizione del prof. Marcolini, quelle parole sono un pezzo della mia lingua-madre.

Ieri ho scoperto "Passt" e la sua variante "Passt shon", ovvero "perfetto, su misura" e, con la correzione di shon "non è perfetto ma va bene viste le circostanze", e poi ho ricostruito la storia del mio orsacchiotto il "bérile", da bar con la dieresi in tedesco (e bear in inglese) e l'aggiunta del diminutivo -ile: si vede che gli orsi loro erano diversi dall'ursus latino e dal "arktos" greco poi diventato arkos.

OrsoIn dialetto il mio "berile" è diventato 'sperl (lo scrivo come si dice con la elle appena annunciata con la lingua parcheggiata sul palato): come ci si arriva? Der Bar (sostantivo maschile) diventa neutro con il vezzeggiativo e diventa Das Barile (la a ha la dieresi e si pronuncia e, non è un barile nel senso della botte), nel parlare le prime due lettere dell'articolo si perdono e resta solo la "s", la "b" si pronuncia "p", le due vocali del vezzeggiativo si riassumono in quella "l" e il mio berile è diventato sperl. Magia!

Ho anche soperto come veniamo chiamati noi italiani con un termine analogo a "crucchi" quando noi parliamo dei tedeschi e anche degli altoatesini, con quella valenza negativa che c'è quando ci si riferisce al meridionale come "terrone".

Siamo i "Walschen" che in tedesco sono i "Welshen" e qui ho trovato tutto il viaggio della parola che dice in sostanza "gente che parla un'altra lingua", come i gallesi per gli inglesi (welsh) come i valloni belgi per i fiamminghi (Wals) e gli svizzeri francesi per gli svizzeri tedeschi (Welschschweitz).

Adesso so che se un amico mi dice che sono un "walsh" sorrido e gli dico che lo sono quanto lui è "crucco", se me lo dice tra i denti un estraneo, so che mi devo incazzare.

Dato che il maltempo a Sesto viene spesso dal passo di Montecroce che ci separa dal veneto c'è un detto che recita "dal walsh anche il vento è cattivo e porta brutto tempo" e dobbiamo farcene una ragione: siamo tutti i "terroni" di qualcun altro.

Schermata 2014-08-04 alle 00.28.25Con la mia maestra Kiki  abbiamo ragionato su una traduzione sbagliata della pubblicità del nuovo impianto di risalita lo "Stiergarten" tradotto come "orto del toro" (va bene, perchè qui negli orti ci sono i fiori mentre per noi il giardino non ha zucchine e insalata) il manifesto in tedesco dice "Der Stier ist los!", letteralmente "il toro è libero" (loose in inglese, lasco in italiano marinaresco) in realtà è una frase idiomatica che significa che accadranno cose strabilianti.

A fronte di questo concetto metaforico molto ricco, più vicino a Pamplona e San Sebastian che ai prati dell'alpeggio sestese, la traduzione pubblicitaria in italiano è proprio fiacca, non la ricordo nemmeno esattamente, ma è una cosa del tipo "Il toro è al via": manco giocasse a Monopoli.

EshPer l'aperitivo di domani mi sono preparato un'altra piccola collezione di parole della mia infanzia da risistemare, altre le troveremo chiacchierando perchè, come nel quadro di Escher, anche le chiacchiere sono fatte di parole.

 

 

 

 

Lezioni da un concerto: la forza della fiducia

Schermata 2014-08-02 alle 22.17.38Qualche giorno fa guardavo con grande attenzione un filmato che documenta un evento singolare. Siamo ad Vienna, qualche anno fa, alla prova generale del concerto in re minore di Mozart per pianoforte e orchestra diretto da Riccardo Chailly con l' orchestra del Concertgebouw di Amsterdam.

La pianista è Maria Joao Pires, una grande concertista e l'episodio è raccontato dallo stesso Chailly in un filmato sulla sua collaborazione con la Concertgebow.

Partono le prime note del concerto e la Pires ha un momento di sconforto, si rivolge in totale panico ai colleghi vicini e scuote la testa. Chailly la guarda un attimo e lei gli dice: "Ho studiato un altro concerto, non questo…", Chailly sorride e le dice "Ricorda l'ultima volta che lo hai suonato! Sei bravissima, ce la fai!"

Qualche istante ed è il momento del pianoforte, la Pires lascia che le dita e la musica facciano il miracolo: eseguirà il concerto fino alla fine senza sbagliare.

Guardando bene il filmato (potete saltare i primi 40 secondi), le parole si capiscono poco e i sottotitoli in olandese non aiutano, però si coglie tutto dagli sguardi e dagli atteggiamenti: la Pires è disperata, c'è il pubblico, l'orchestra ha iniziato l'esecuzione, lei è una grande pianista, la star dell'evento: non può fallire.

Capisce che ha sbagliato, che quello non è il concerto per cui si è preparata. Prova a dire a Chailly "Non posso provare".

SI guarda intorno come una studentessa a cui hanno dato un tema d'esame del tutto inatteso e tenta un sorriso che chiede aiuto o scusa rivolto ai musicisti vicini. La musica dolce e drammatica di Mozart aumenta la criticità del momento, sembra fatta apposta.

Passa qualche battuta e Chailly la guarda, capisce che qualcosa non va: le chiede "Che c'è?" e lei gli dice che ha studiato un altro concerto.

E qui il passaggio cruciale: Chailly le dice è quello che ha già suonato l'anno prima e sostenuto dalla musica (magia del caso!) gli dice "I am sure you can do that! You know it too well – Sono sicuro che ce la puoi fare! Lo conosci troppo bene". SI volta sorridente e sereno: non ha il minimo dubbio che la Pires suonerà perfettamente e dedica la sua attenzione all'orchestra.

La Pires inizia e suonerà l'intero concerto senza sbagliare.

Guardate voi stessi attentamente.

 

LA LEZIONE

 La prima è certamente quella che possediamo in noi capacità straordinarie quando lasciamo "scorrere" il nostro potenziale senza pensare di controllare tutto con la ragione, quando pretendiamo certezze di fronte al grande mistero delle nostre capacità profonde.

E' come quando temiamo di non farcela, di non sapere più andare in bicicletta, o pensiamo di non ricordare come si affronta una certa situazione. Vorremmo saperlo con la ragione e la ragione ci spaventa, in realtà "noi lo sappiamo", dobbiamo fidarci di noi stessi, di quello che abbiamo studiato, di quello che abbiamo raccolto negli anni e lasciar scorrere.

Avete presente quando non riuscite a ricordare un nome o un titolo o dove avete messo una certa cosa? Più vi focalizzate, più stringete la vostra mente e meno troverete la risposta. Se appena lasciate il controllo, mentre fate tutt'altro ecco che il cervello, lasciato libero di vagare in spazi a noi sconosciuti, mentre affettate una cipolla vi ricorda il cognome del compagno di scuola che stava due banchi indietro e che avete visto qualche giorno prima.

Con la musica mi capita di ricordare interi brani che non suono e non canto da quarant'anni: ho imparato a sorridere e lasciare che a cantare sia un "me" interno che ne sa di più.

La seconda lezione è più pratica e diretta.

Immaginate che Chailly sia il capo di un progetto o il direttore di un'azienda e che la Pires sia un suo collaboratore a cui è affidato un compito importante: lui ha scelto il collaboratore per le sue qualità, lo stima, sa che ha scelto la persona giusta per un compito così importante.

Nasce un problema imprevisto, la fiducia del suo collaboratore vacilla, teme di non farcela, un ostacolo improvviso sembra insormontabile: non ce la posso fare, non arriveremo in tempo, il cliente, sta firmando con un altro, la macchina si è guastata… a voi la scelta del caso concreto.

Cosa fa Chailly? Ha pochi secondi per rovesciare la scena: non ha il minimo dubbio,"so che ce la puoi fare!" Sorride positivo e convinto e non dedica un secondo di più alla cosa, ha dato al suo collaboratore l'arma giusta, il dono più prezioso: la fiducia, la fiducia in sè stesso.

Fa esattamente quello che un bravo capo deve fare con i collaboratori: sceglierli bene, affidare loro compiti importanti e fidarsi di loro, facendo sentire tutta la forza della fiducia nel loro talento.

Ricordo quando da ragazzo confidavo al mio "maestro" Gianpiero le mie ansie, la paura di non essere all'altezza e lui tagliava corto "Queste sono cose che fai con la mano sinistra" e passava a parlare d'altro non concedendo nemmeno un attimo alla commiserazione: mi voleva bene, mi stimava, davvero era certo che ce l'avrei fatta (come poi è stato) e quella fiducia era per me una fonte di energia, una fiducia che non potevo tradire.

Quante volte invece capita di vedere un capo che toglie la responsabilità della decisione al subalterno  che pone un problema, trovando la soluzione al suo posto o che ne alimenta l'inquietudine sostenendone le paure e i dubbi anzichè farne piazza pulita.

Capita ancora più spesso con i figli: vogliamo sgomberare la loro strada dagli ostacoli e li rendiamo incapaci di decidere perchè temono di non essere all'altezza e ogni volta che togliamo loro le castagne dal fuoco "per il loro bene" ne riduciamo l'autostima.

Questa piccola grande lezione è lì da vedere, tutto si svolge in meno di un minuto: la differenza tra il successo e il fallimento è in poche parole, in uno sguardo, in un sorriso, in una convinzione profonda.

Chailly poteva interrompere? Certo che sì, era una prova, una prova generale ma pur sempre una prova.

Avrebbe assecondato l'ansia della sua concertista, l'avrebbe fatta propria e ne avrebbe diminuito la stima "E' brava ma… non ce la può fare", avrebbe avuto paura che il fallimento del collaboratore potesse nuocere al suo prestigio e avrebbe avuto mille alibi che tutti avrebbero condiviso: c'è l'orchestra, il pubblico non può essere tradito, e poi la mia reputazione… e se e ma e…

Lui si è giocato tutto a ragion veduta: la fiducia nella sua pianista era la cosa più importante. Non c'era prezzo da pagare per perderla.

Quando Martin Luther King diceva "I have a dream…" e invitava i suoi a seguirlo, non c'era il minimo dubbio nella sua voce, nel suo sguardo, non aveva la paura di non essere capito e che quella fosse una delle tante soluzioni possibili: aveva fiducia in sè, nei suoi collaboratori e nella giustezza della sua scelta.

Chailly nei pochi istanti ha dato alla Pires una visione: l'hai già suonata, sei brava, ce la puoi fare!

Come l'atleta del salto in alto che deve "vedere" se stesso di là dell'asticella sul materassone mentre il pubblico applaude di gioia per il suo risultato, Chailly ha dato all apIres la visione degli applausi dell'anno precedente, l'ha proiettata oltre l'ostacolo: un dubbio e l'asta cade o come dice Yoda "Fare, o non fare, non c'è provare".

Ripeto spesso "Le visioni determinano i comportamenti" e so che abbiamo capacità straordinarie che non sappiamo controllare, che il nostro talento ha il suo più grande nemico nel dubbio, nella paura e so anche che la vera leva della fiducia è l'amore: bisogna voler bene alle persone con cui collaboriamo e a noi stessi.

So che nella vita aziendale "amore" è una parola scomoda, difficile, imbarazzante, si usano termini più fiacchi e melensi e meno impegnativi perchè abbiamo paura di essere fraintesi o peggio guardati con sospetto.

Ma so altrettanto bene che se l'amore per i propri clienti, per i collaboratori, per il compito che ci siamo dati è sincero, onesto e profondo non c'è ostacolo che non possa essere superato e non c'è meta che sia irraggiungibile quando è scelta con la limpidezza del cuore.

P.S: una lezione interessante è anche ascoltare il Concerto in Re minore n. 20 K 466 di W.A. Mozart, magari nell'esecuzione di Maria Joao Pires. Lo trovate su You Tube in integrale, ma ascoltato a casa con un buon impianto e chiudendo gli occhi è anche meglio.