C’è tutto “il sud” in quest’immagine, il sud di tutti i nord immaginabili.
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Pensieri e riflessioni non solo sulla tecnologia ma su molte cose che mi fanno pensare
Sono a Tunisi, nel pomeriggio a Milano, stasera a Trento, domani devo parlare di Agenda Digitale, forse di sicurezza informatica.
Cosa diró? Non ne ho idea.
Guardo facce, abiti, ascolto Haendel, leggo sull’ iPad un bellissimo saggio sull’apprendento che mi ha raccomandato Alfonso: “Now you see it”.
Quante cose diamo per scontate che invece non lo sono?
Quante cose vediamo e quante non notiamo affatto?
Quali cose ci spaventano e quali ci lasciano imperturbabili a seguito dei nostri pre-giudizi?
Osservo donne velate con lo smartphone, ad ogni tavolo c’è un telefonino, c’è una rivoluzione in atto incruenta come quella tunisina ma non meno sconvolgente.
Non sappiamo dove porterà ma sono certo che dal Progetto Onde, dal gatto dei Clinton, dall’ordine online di Pizza Hut e dalla Libreria del Congresso accesdibile dalla sezione del PCI di Desenzano a cui la mostravo, il cammino è appena iniziato.
Trentatre trentini andavano a Trento tutti e trentatre trotterellando: io non so se lo faranno gli altri trentadue ma io trotterello nel mio stupore.
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Mi porta il panino e il te verde dopo il caffè di un’ora fa e al mio accenno a pagare mi dice: “après”, dopo, e cioè fai con calma, c’è tempo.
Che strano rispetto a quei camerieri ansiosi di incassare subito temendo che tu te ne vada senza pagare o che tu rimanga a lungo ad occupare un tavolo che altri avventori potrebbero usare.
Forse ha capito che la mia attesa è lunga e tra un po’ ordinero’ qualcos’altro e più alto è il conto e più consistente sarà la mancia.
O forse è solo ospitale e aperto come gli altri tunisini che ho incontrato e non puó portare un te alla menta, segno di accoglienza, con la richiesta di pagare.
Come la hostess di stamattina sul volo da Djerba che alla mia richiesta di un caffè mi ha detto dispiaciuta e gentile: il nostro caffè a bordo non è buono, non siamo bravi a farlo, le consiglio di scegliere qualcos’altro.
Ripenso all’orrendo sapore di cicoria grezza di quel caffè sul volo Alitalia di ritorno da Roma.
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Ascoltavo spesso in questi giorni un album che si intitola “Luoghi immaginari” di Fabio Vacchi, musica inconsueta difficile da chiudere in uno schema.
Guardo la strada dritta che porta al deserto e ricordo il Tadtart, l’Australia, il New Nexico.
Anche lì lunghe strade dritte in mezzo al nulla al fondo delle quali potevi immaginare qualunque luogo.
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