Grazie a Luca scopro questo primo articolo di Giuseppe d’Avanzo su Repubblica che racconta la vicenda security-Telecom dal punto di vista di Giuliano Tavaroli, uno dei principaliimputati della vicenda.
Non ho mai fatto mistero del mio punto di vista: se Giuliano, di cui ero e sono amico, ha commesso dei reati è giusto che subisca un processo e se riconosciuto colpevole che sia punito, ma il processo sommario mediatico che oltre che a crocifiggerlo serviva a fornire una versione ridicola dei fatti era e resta del tutto inacettabile.
Intorno al "caso security" gira il vortice dell’ Affare Abu Omar, della Cia che scorrazza nella fobia antiterrorismo, dei rapporti tra potere politico e grande impresa in Italia, dell’intreccio tra telecomunicazioni e indagini giudiziarie, le intercettazioni telefoniche per intenderci.
L’articolo non è una verità, quella dovrà emergere da un processo con prove ed equi diritti di accusa e difesa.
Ma inizia almeno a intravedersi una possibile versione diversa dei fatti, così come abbiamo scoperto che la strage di PIazza Fontana non era un attentato degli anarchici e che il jet dell’Itavia non è esploso in volo per un guasto.