Le belle parole di Alberto sulle mie foto (un complimento da un fotografo è sempre un complimento speciale, come quelli di Massimo su Flickr) mi porta a riflettere sul significato di quelle immagini e di come sia cambiato negli ultimi tempi il mio modo di fotografare.
Non è facile nemmeno per me capirlo ma ci provo.
Se guardo le immagini mie più vecchie mi rendo conto che c’era la "luce" e l’occhio ma soprattutto c’era la voglia di RACCONTARE, (non ho qui gli esempi che sono a Sesto ma è così), mi sentivo un reporter, un fotogiornalista. Volevo che le foto restituissero la sensazione dei posti dove ero stato o che i ritratti restituissero l’essenza della persona fotografata.
Queste due immagini sono di oltre 35 anni fa: nella foto di mio fratello c’è il suo sguardo, c’è lui serio quando era sempre il più spiritoso di tutti, c’è la luce di taglio che esalta un occhio rispetto all’altro (lui ha i due occhi di diverso colore), c’è la presa dal basso per esaltarne la "presenza" (era sempre stato "il teorico" in famiglia). L’altra immagine (sì quella in secondo piano è Marina che ancora non era la mia fidanzata) coglie la situazione di Alberto il mio compagno di fotografia, lui dominante sui soggetti e sui panorami, deciso e sicuro come erano le sue immagini.
Ugo Mulas il mio punto di riferimento (e lo è tutt’ora) e Cartier Bresson, Eugene Smith, Mario de Biasi o Gianni Berengo Gardin i miei modelli. Avevo una Rolleiflex e avrei voluto una Leica (che è arrivata molti anni dopo). Stampavo le foto da solo (con Alberto) ed eravamo diventati davvero bravi: ogni immagine non era "lo scatto" era il processo dall’inizio alla fine.
Studiavo estetica con il papà di Alberto, il pittore Agostino Barbieri e all’università studiavo Marcuse, Benjamin e la Scuola di Francoforte, le foto divennero serigrafie che non ho più ma che ho molto amato.
Poi venne la Leica e vennero le diapositive: le ho ancora tutte.
Le immagini dovevano essere grandi, avvolgenti, dovevano prenderti e non lasciarti andare: volevo non solo raccontare, volevo COSTRINGERE A GUARDARE erano un misto di attimi presi al volo, di persone, di situazioni cromatiche.
L’uso delle diapositive mi obbligava alla disciplina del fotogramma ed ogni foto era un racconto, come quando avevo iniziato.
Queste Immagini sono di fine anni ’80 (il Photo CD è del ’93) e c’è quel mix di cui parlo: attimi e racconti.
Cosa cattura la mia attenzione?
Spesso un colore: il viola e verde della bambina sullo sfondo grigio che esalta la "povertà" del violinista. L’abito rosa della signora che va a cena a Georgetown con la riga bianca che divide lui e lei.
O qualcosa che no so ma che scopro dopo guardando bene l’immagine: il cappello di cartone sulla testa del signore a destra.
Le foto diventano più cariche di emozione e vedendole a distanza di anni non hanno smesso di raccontare, o come dice Carlo Riggi "Il collimare di una ‘preconcezione’ con un evento".
E’ interessante che comunque anche in queste immagini di vent’anni fa, ogni tanto venga fuori la voglia di distillare ancora di più, di provare a cogliere il dettaglio, il particolare che sintetizzi il tutto.

Ma soprattutto la sottolineatura di come il mondo attorno a noi è pieno di forme e colori che registriamo inconsciamente ma che affinano il nostro senso estetico.
Un museo a Chicago (le stelline) o una griglia a Parigi (le stanghe) o una insegna in Messico o una buca delle lettere a Dublino perdono il loro valore d’uso e di scambio e diventano forme e colori gradevoli.

Nulla di sofisticato, sono aggetti vicini, quotidiani (come lo zainetto di Marina) o casualmente accostati (le sdraio) o normali neon che ovviamente decorano e ovviamente vogliono attirare l’attenzione.
Eppure in tutti c’è l’attrazione del bello (o del vero come dice Riggi). E la composizione "il quadro" è dato dall’insieme di colori e forme, le linee dei neon, i riquadri delle sdraio, le curve dello zaino e del cappuccio.

Spesso sono le forme in quanto tali a catturare la mia attenzione: le mura di un museo che in realtà esaltano il cielo come in un quadro di Magritte o una finestrella che incornicia volumi da quadro cubista.

Riguardando queste immagine vecchie di vent’anni si vede come le cromie casuali mi hanno sempre attirato: quel tubo arancione su fondo blu potrebbe diventare una serigrafia.
Il muro con due tonalità tenui ricorda i quadri di Paul Klee.
Ancora surrealismo nell’obelisco di Washington guidato nello sguardo dalle colonne.
Le forme incorniciano le persone e le esaltano o proprio l’assenza di persone riempie quelle porte che si specchiano l’una nell’altra di "angoscia metafisica" che ricorda le atmosfere dei quadri di De Chirico.
L’immagine racchiude segreti come nella foto prigina in cui nella finestra centrale all’ultimo piano c’è una donna nuda che urlava e solo uno sguardo puntiglioso e un buon ingrandimento la rivela (un mio omaggio a Blow Up di Antonioni) e la foto a me diverte e mi piace che faccia sorridere chi la guarda.

E’ la signora stanca che aspetta il Metro che contrasta con la dinamicità del cartellone o l’uffficialità del Presidente Mitterand in contrasto con frasi e slogan strappati e privi di senso.
Questi due scatti (come quello della donna nuda) fanno parte di un "gioco" che avevamo fatto con Cesare in una breve vacanza parigina con le famiglie: "proviamo a chi riesce a raccontare Parigi in dieci foto". Questo meccanismo per me è indispensabile spesso ad avviare il processo, e la ricerca: mi creo un fine, vero o falso che sia, cerco una "storia" un racconto.
Da un paio d’anni, forse dalle foto delle Eolie, ho cominciato seriamente a cercare sequenze di immagini, non più scatti accidentali,che ricercassero nei dettagli la sintesi di un luogo o di una situazione, in parte frutto delle chiaccherate con Heinz Erismann, un bravo fotografo svizzero trapiantato a Panarea che crea immagini possenti e gigantesche, mentre facevamo trekking.
E poi mi torna in mente una riflessione che non ho mai "compiuto" e che ricordo feci con Luca de Biase in un casuale incontro a Santa Barbara (all’epoca sviluppava siti web) e io che venivo dall’esperienza di Onde gli dicevo: "Come facciamo a mettere lo "stile" italiano in una pagina web?" "Come facciamo a rendere con l’immagine il senso di ciò che c’è nel contenuto?". Venivo dalle riflessioni con Cesare sull’immagine di Siosistemi (avevamo nel "look" la carta giallina e gli schizzi alla Leonardo e il "non-finito" di Michelangelo) e ricordo che i miei partner americani mi facevano sempre i complimenti per l’immagine aziendale pur non sapendo dire cosa li aveva colpiti.
Cos’è lo stile? Cos’è il gusto? Cos’è la bellezza? Cos’è l’emozione? Non lo so.
Il punto di partenza delle immagini di questi due anni è questo:
"Siamo circondati da immagini che a livello conscio non percepiamo perchè distratti dalla frenesia del muoverci o semplicemente perchè impegnati a fare altro. Eppure queste immagini ci arrivano e si annidano da qualche parte tra i nostri neuroni e contribuiscono a formare il nostro senso estetico".
"Non puoi camminare per via Mazzini a Verona, o tra le mura della villa di Catullo a Sirmione o nelle strade di Roma o di Venezia o di Matera e pensare di non venire invaso da messaggi estetici subliminali che ti plasmano il gusto e lo stile: essere esposti a tanta bellezza è come una esposizione radioattiva che modifica il DNA."
"Cosa accade se provo a rallentare? Se provo a guardare con più attenzione, se seguo l’istinto (che mi dice "guarda!") ma guardo meglio? Scopro che camminiamo in un grande museo, pieno di quadri, di sculture, di accostamenti di colore tenui, o forti, che inevitabilmente il nostro cervello registra anche se non ne abbiamo percezione razionale."
"Non sappiamo nemmeno dire cosa sia la realtà (i filosofi ci hanno provato ma non sono ancora d’accordo dopo tremila anni) e se la fotografia sia un’immagine del reale o una interpretazione di qualcosa che esiste solo in relazione con me che guardo e che riinasce ogni volta che guardo, come una musica che non esiste se non durante l’esecuzione."
Sono tutte domande senza risposta, almeno per il momento, almeno per me.
Faccio un esercizio ogni tanto: guardo un set di foto (in questo Flickr mi è utile) e mi domando se quelle foto esprimono l’essenza del luogo che ho visitato. Poi guardo solo le foto con i dettagli e le confronto con altre di dettagli di altri luoghi e mi domando se il dettaglio racconta ancora il tutto, come un ologramma che in realtà contiene sempre l’intera immagine anche nel suo frammento più piccolo."
Facile con Burano ma con Berlino cosa succede?

Molto facile a Cuba (difficile magari non fare fotografie banali) ma come distillare Varsavia?

Ma questo farebbe ancora parte del "RACCONTARE" da cui sono partito più di trent’anni fa, non che sia nulla di male ma non sono sicuro di voler raccontare, vorrei forse più CONTEMPLARE e non giudicare.
Guardare la bellezza che ci circonda e stupirmene, fare in modo che nell’immagine fotografica avvenga la trasfigurazione la "mymesys tès fuseos" (ah il mio profe di filosofia!) la trasformazione della natura in un’idea universale.
A questo punto la sedia di Colliure a casa di Jacques potrebbe essere dovunque,

le barche di Port Vendres sono le barche di tutto il mondo e le mie immagini vogliono dire che non bisogna camminare di fretta in riva al mare perchè c’è da riempirsi gli occhi e il cuore.
Molte mie immagini sono "citazioni" di quadri che mi piacciono o di artisti che mi emozionano:
Mondrian per esempio, con i suoi rapporti di luce e di colore,

Gaugin con le sue figure primitive immerse nella natura
La luce incredibile dei cieli di Cezanne.
Ma sono tutte "letture" a posteriori, quando fotografo non so cosa succederà, non voglio fare foto allegre o tristi (se ci penso bene, quando fotografo ho sempre una vena di malinconia o meglio di "saudade" di nostos-algia di pena per un ritorno forse non possibile a una condizione di comprensione profonda del perchè delle cose.
So che vorrei tornare a fare serigrafia con le mie foto e forse questo è un lungo lavoro preparatorio per qualcos’altro, come so che vorrei vedere le mie immagini in grande dimensione perchè esprimano la forza che, secondo me, contengono e le immagino sempre ambientate con "installazioni" sonore, (le immagini accompagnavano il nostro concerto ma mi piacerebbe fare il contrario, scegliere delle musiche che accompagnino le mie immagini) o in spazi fisici particolari.
Tutto questo lungo post notturno per dire poche cose:
si, c’è geometria nelle mie immagini, per la ricerca delle linee
essenziali ma anche il disordine è bellezza e mi piace la casuale
bellezza che nasce dalle cose semplici,: scope, stendibiancheria,
grondaie, tubi, corde, panni, cianfrusaglie in attesa di venire buttate.
Forse c’è allegria nelle immagini, come dice Alberto, anche se a me
alcune foto mettono una tristezza grande come il vuoto che richiamano,
ma di sicuro c’è emozione.
Da ragazzo volevo raccontare, adesso vorrei suonare e cerco le note,
le note di colore, le note di volume, di proporzione, le armonie degli
oggetti come degli accordi.
Non una musica particolare o un’opera precisa, ma una serie di
immagini senza luogo e senza tempo che siano però evocative come un
Chichester Psalm con la voce angelica che si contrappone alla forza
dell’orchestra, con la dolcezza dei violini che rimbalza con il ritmo
asincrono delle percussioni.
Come la luce di questi prati e i mille verdi che sono in essi racchiusi, e che calmano le pene con il solo girare dello sguardo.
Da ragazzo cercavo con ansia, adesso cerco pace ed è un lungo cammino.







S E N Z A P A R O L E !
Letto d’un fiato ho gli occhi pieni di colore, immagini, sensazioni, pensieri. Grazie per questo regalo! 🙂
Mi fa piacere, davvero.
Credevo fossero solo elucubrazioni personali ma mi fa piacere se oltrepassano il limite dell’autoriflessione.
Grazie. Essere citato prima di tante considerazioni mi fa onore e non sono certo di meritarlo. La tua lunga “chiaccherata” mi ha fatto tornare alla mente i tempi in cui anch’io, in una cantina piuttosto che in un qualche stanzino, sviluppavo e stampavo. Bianco e nero. L’avvento delle diapositive ha cambiato anche me e il modo di fare fotografia. So di avere un enorme archivio che non ho il coraggio di riaprire e, forse, catalogare. Un pò ti invidio per il lavoro che hai fatto con il tuo. La fotografia digitale ha un pò riportato quella passione nell’elaborazione delle immagini, nel filtrare la realtà attraverso l’uso del software al posto dei bagni di sviluppo e fissaggio. Ma forse col tempo scalerò le vette del soppalco dove sono le vecchie foto e ne farò qualcosa.