
Durante il viaggio nel deserto la musica ha avuto uno spazio importante, sia perchè in macchina uno degli autisti aveva un miniplayer che mandava in continuazione musica del Mali o musica Tuareg, sia perchè abbiamo scoperto al terzo giorno che il nostro cuoco Ismail, è stato il percussionista di un gruppo di musica berbera che ha fatto diverse tournée all’estero, il gruppo di Othmane Baly (il musicista morto alcuni anni fa in un’incfredibile alluvione proprio a Djanet dove non piove praticamente mai) e oggi suona con il gruppo del figlio, Nabil Bali.
Ma è successo che una sera Ismail, quando noi siamo già tutti nei sacchi a pelo si mette a suonare con i bidoni vuoti in cui portiamo l’acqua.
Il sito dove ci eravamo accampati aveva una grande parete di roccia che faceva da "eco" e la percussione bassa e ossessiva del canto Tuareg aveva un che di ipnotico.
Non ce l’ho fatta a stare nel sacco a pelo: mi sono rivestito e sono andato al fuoco dove Ismail e gli altri stavano cantando canzoni Tuareg accompagnandosi con gli oggetti che avevano a disposizione in cucina: tazze di metallo, cucchiai, bicchieri.
Una sonorità istintiva, un senso del ritmo e del "contrappunto ritmico" che ti cattura immediatamente, ho preso anch’io due tazze e facendole sfregare sulla sabbia accompagnavo il canto che sembrava un mantra.
Era una musica lontana dai nostri ascolti consueti eppure così vicina al nostro istinto, così radicata in qualche parte del nostro palencefalo che tutti l’abbiamo percepita come "musica nostra" (quelli che sono rimasti a dormire mi hanno detto il giorno dopo di essersi addormentati, cullati dal ritmo e dal canto).

Per l’ultima sera poi abbiamo deciso di ripetere l’esperimento e di suonare tutti assieme: nella pausa di mezzogiorno mi sono messo a cercare rami secchi e arbusti cavi da cui ricavare "oggetti sonori" e, approfittando delle zucche selvatiche e di un filo di ferro trovato nel cofano di una delle jeep ho costruito un rudimentale berimbao.
Con il mac di Marina e Garage Band a fungere da studio di registrazione ho registrato uno dei brani che abbiamo suonato (la versione ridotta a 3 minuti e mezzo è la "colonna sonora" del filmato che ho messo su YouTube) se lo ascoltate con attenzione senza distrarvi con le immagini, noterete proprio la maestria di Ismail (la percussione bassa sul bidone di plastica) e di come faccia spesso "domanda e risposta" con me che suonavo il berimbao e di come gli altri due Tuareg con una tazza di metallo e con il bicchierini del te creino una situazione ritmica davvero potente.
Ci son oalmeno quattro cambi di ritmo ed è sorprendente la sintonia che si riesce a trovare oltre le differenze culturali e musicali che ovviamente ci sono.
L’ultimo giorno poi a Djanet, con il consiglio e il suggerimento diretto di Ismail sono stato nell’unico negozietto che vende CD e ho comperato tutto quello che Ismail mi diceva pova valere la pena. Molti degli artisti sono del tutto sconosciuti mentre almeno uno, è noto (ne avevo già un CD con Ry Cooder) e ve lo raccomando caldamente: Ali Farka, chitarrista del Mali oggi scomparso che ha una ricca discografia non difficile da reperire anche qui (Il sito di Amazon ha anche alcuni campioni da ascoltare).
Ascoltando questa musica mi sono detto che farebbe davvero bene alle orecchie di tanti ragazzi che sento suoare al corso di chitarra elettrica alla scuola di musica e che si ostinano a vole riprodurre il solo rock inglese mentre ci sono ispirazioni, suoni, accostamenti nella musica africana che sono davvero molto più genuini e ricchi di sensibilità.
La musica magrebina, in particoalre il Rai Algerino, ha influenzato enormemente la musica francese contemporanea e se ascoltate i vari "Buddha Bar" o "Café Costes" non potete non notarla ma si sente chiaramente anche in musicisti come David Byrne (ex leader dei Talkin Heads) che ha fatto dei CD stupendi di musica con profonde influenze nordafricane.
E poi c’è il fatto che ad aver condiviso la musica, ascoltandola, e anche facendola assieme, ci siamo trovati comunque più "vicini" come se avessimo lavorato più su cosa ci rende simili di quanto non ci tenga lontani.
Questo post è veramente molto interessante e ricco di spunti da approfondire. Mi piacerebbe leggere altri tuoi commenti sulla musica che sei riuscito a reperire.
Meglio ancora: non sarebbe bello ascoltarla tutti insieme, con le tue spiegazioni, magari alla scuola di musica? Sarebbe un modo per mettere in comune una esperienza musicale davvero rara. Ci si potrebbe agganciare poi con una chiacchierata, in altra sera, sulla presenza di elementi non europei nella musica “classica” di fine Otto/inizi Novecento, es. Debussy, Ravel, ma anche Bartòk, che ha fatto un viaggio in Tunisia e nelle oasi registrava le danze dei nativi.
Chissà se l’idea potrebbe piacere ad Alberto…