Felicità e sofferenza

Una bella chiacchierata quella di oggi con Lorenzo sul tema delle passioni e del "cibo emotivo" di cui abbiamo bisogno per vivere.

E’ vero che la sofferenza è più facile da trovare, i motivi per
lamentarci e per angosciarci sono più a portata di mano ma non credo
sia vero che  "siamo nati per soffrire", non mi piace l’idea di avere
un destino preordinato.

Non credo nemmeno  che siamo  destinati alla felicità automaticamente
ma sono convinto che la chiave stia nella consapevolezza di essere
liberi di scegliere il nostro cammino.

Quello della sofferenza è  il più facile da imboccare e appaga subito
perchè è facile ottenere subito tensione emotiva duratura, come quando
ci si rigira nel letto tormentati da una preoccupazione, una sorta di
maldidenti che ti rode intensamente e rimane in sottofondo ma ben
presente (se fosse acuto andremmo dal dentista e "il gioco" potrebbe
finire in fretta).

La felicità si presenta invece a picchi di alta intesità ma è difficile
mantenerla nel tempo con intensità paragonabile a quella della
sofferenza, è come se avesse un "amperaggio" minore.

Il nostro cervello non fa distinzione tra allegria e tristezza, vuole
emozioni continuative e intense e la sfida è quindi, se non si vuole
imboccare il facile sentiero della lamentela, trovare una felicità che sappia rinnovarsi continuamente e non sia un’estasi ma una "beatitudine", intesa come felicità profonda e non statica.

Saperlo basta? Niente affatto perchè l’emozione non è frutto del ragionamento ma del suo contrario e si tratta di trovare gli strumenti per tenere viva la passione positiva.

Non so dove mi porterà questa riflessione, ma, in fondo, è essa stessa un’emozione che potrebbe tenere occupato per un pò il mio "animale ancestrale" sempre affamato di nuovo cibo emotivo.

One Reply to “Felicità e sofferenza”

  1. C’è una riflessione che C. S. Lewis fa nel suo bellissimo CRISTIANESIMO COSì COM’è che lui applica alla Fede, ma che per me si può applicare anche alla felicità (anche perché per me sono molto vicine). Egli dice che se noi indossiamo una maschera, ovvero ci imponiamo un’abitudine, col tempo questa maschera ci modella il volto, il nostro modo di essere e di pensare. Di conseguenza se noi ci sforziamo a sorridere e a vedere il bello di ogni situazione, prima ci convinciamo di essere felici e di conseguenza lo siamo effettivamente.
    In parole povere la nostra parte razionale può influire sulla nostra componente emotiva, un po’ come fanno gli attori che riescono a piangere con tanto di lacrime anche se il contesto è finto.
    Come ben dici, è più facile essere infelici piuttosto che felici. Credo sia questa la vera tentazione del peccato in termini cristiani, ma non voglio allontanarmi troppo dal post.

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