Un pubblico grazie a Paolo che nella tappa del suo viaggio ha trovato un attimo per segnalarmi questo fantastico video su YouTube che suddivide il brano di apertura di Sgt. Pepper nelle sue tre componenti fondamentali (poi nel finale si sentono tutte e tre assieme) e aiuta a gustare la maestria di questi musicisti straordinari e a capire come mai Sgt. Pepper richiese mesi e mesi di lavoro.
Nella traccia ritmica (quella verde) si sentono all’inizio le voci, il "ten" probabilmente riferito al numero del "take" (la registrazione) e il conto one-two-three-four per l’attacco. In quella blu si sente bene il lavoro di George Martin come arrangiatore e orchestratore (con l’uso dei corni) e il taglio di un inserto di chitarra per farlo coincidere con l’attacco di corni. In quella rossa con le voci si capisce che i Beatles avevano questa capacità unica di combinare le voci non semplicemente con gli accostamenti di terza o di quinta (come per i canti di montagna per capirci) ma sapevano armonizzare in modo del tutto originale.
Non va dimenticato che da quei suoni sono passati 40 anni e davvero non li dimostrano.
Ricordo di aver sentito qualche brano di questo disco da Renzo, che si affrettò a farmi sentire il punto in cui il coccodè della gallina diventa chitarra, accostamento veramente geniale che fa il paio con il momento di 2001 Odissea nella spazio in cui l’osso lanciato in aria dalla scimmia diventa astronave. Per lo meno, questa è una mia interpretazione personale. Poi anni dopo leggendo un libro sui Beatles ho saputo che sull’ultimo accordo dell’ultimo brano, A day in the life, che è il risultato dell’unione di due canzoni una di John e una di Paul, avevano inserito un suono inudibile a 20.000 HZ che lo sentono solo i cani, quasi volessero saturare tutto lo spettro sonoro dall’udibile all’inudibile. Certo i Beatles oggi sono dei classici nel senso che sono abbastanza lontani da noi per poterli giudicare forse meglio di 40 anni fa anche se allora li amavamo per istinto. E come in tutti i classici si deve fare uno sforzo di storicizzazione per cui quando si sentono nelle prime canzoni quelle sortite di chitarra che fanno un po’ ridere si deve tener conto di quale fosse in realtà la novità che loro portavano, In Italia c’era Claudio Villa che ci ammorbava con “Binario” o “Granada” o la Orietta Berti con “Io, tu e le rose” (San Remo 1967, quello del suicidio di Tenco)! Era veramente aria fresca! E poi moltissime delle loro canzoni sono state rifatte e hanno dimostrato di reggere benissimo anche impatti sonori ben maggiori perchè erano musiche sane, ben costruite con i sacri crismi di un pezzo rock, musica con un capo ed una coda. Detto tutto ciò, riascoltiamoli, che sono sempre meglio (non solo loro, eh) di tanta robaccia che i media di oggi ci propinano come capolavori.