Noi e gli altri

Nel suo commento al mio post sugli applausi alla fine del concerto di ieri, Paolo mi ha fatto riflettere: sono così importanti gli applausi? E' il consenso degli altri che guida le nostre azioni? E' indicativo del fatto, come dice Paolo, che sto facendo un buon lavoro?

Rispondo subito: sì. Sono importanti, molto importanti.

Quando saliamo su un palco (o facciamo una mostra o scriviamo un comunicato stampa o lanciamo un nuovo prodotto) ci mettiamo in relazione con gli altri, abbiamo qualcosa da dire, chiediamo agli altri di condividere ciò che in qualche modo ci "turba" e accettiamo la sfida di chiedere a chi ci sta di fronte cosa ne pensa.

Il pubblico esprime con il voto, l'acquisto, l'applauso, il biglietto del cinema o della galleria d'arte, il suo consenso o il dissenso per ciò che gli abbiamo proposto ed è il suo modo attivo di partecipare all'evento, di diventarne protagonista.

La cosa diventa tanto più éclatante quanto più davvero facciamo delle cose pensando agli altri più che a noi stessi: Alberto De Martini me lo ha insegnto nella comunicazione d'impresa facendomi riflettere sul diverso valore della comunicazione "egoriferita" o "eteroriferita".

Un blog non fa differenza, è un modo per parlare con sè verso gli altri.

Allora dobbiamo fare tutto per ottenere il consenso? L'audience è la sovrana che decide il valore del nostro agire? E' il consumo che determina il successo?

Niente affatto. Dobiamo agire anzi con assoluta onestà e sincerità rispetto alle nostre idee e visioni (il pubblico si accorge immediatamente della nostra falsità, la pubblicità è condannata alla verità disse Rosser Reeves).

Ci sono capolavori che hanno suscitato inizialmente fischi e dissensi e ci sono fenomeni di consenso di massa che non sono indicatori di percorsi virtuosi ma il pubblico, i cittadini, gli acquirenti, i lettori sono certamente sovrani nel dire se ciò che abbiamo offerto loro gli è piaciuto o meno ed è sbagliato, quello sì egoistico, dire "non hanno capito".

Se c'è un fenomeno davvero rilevante nel nostro futuro, lo abbiamo detto in tanti a Venezia nei giorni scorsi, è prprio in questa grande onda di partecipazione, di fare assieme, di condivisione, di sconfitta dell'egoismo e della soliltudine in favore di un mondo più inclusivo e solidale: ricco della molteplicità e della diversità.

Un grande giornalista come Ryszard Kapuscinski ha dedicato uno dei suoi ultimi saggi al tema dell'"altro" (L'altro, Feltrinelli, Milano, 2007, ISBN 9788807840784) dicendo che è nella comprensione degli altri, nel nostro metterci alla ricerca degli altri che possiamo capire noi stessi e superare ostacoli e conflitti.

Era davvero confortante sentire gli anziani del centro sociale ieri battere le mani a tempo per accompagnare alcuni nostri pezzi (Marcia Radetzky e la sigla dei Muppet) come a dirci che loro erano lì con noi sul palco e quando alla fine ho sentito commenti di condivisione sullo spetacolo nel suo insieme, i suoni, le immagini, il racconto di Alberto, mi sono detto che tutto il lavoro che abbiamo fatto aveva un senso.

2 Replies to “Noi e gli altri”

  1. Non intendevo dire che il pubblico non è in grado di capire; più che altro è in grado di mentire, magari in buona fede…
    Alla fine di uno spettacolo tutti applaudono, solo solo perchè non farlo è un gesto davvero maleducato e chi proprio non sopportava la performance se n’è andato da un pezzo..
    Come capire se l’applauso nasce dall’affetto, o dal rispetto, che gli altri provano nei nostri confronti più che dal valore di quello che abbiamo fatto?
    Trovo molto bello quel questionario che veniva consegnato al termine di uno dei tanti convegni a cui hai partecipato. Non tanto come gara nei confronti degli altri conferenzieri, ma come occasione per sapere in maniera diretta e sincera il parere degli altri…

  2. Un grande direttore d’prchestra come Benjamin Zander diceva che basta guardare gli occhi di chi hai di fronte: se luccicano sai che hai raggiunto il tuo scopo. Shining Eyes è la risposta.

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